Oh, Gimme The Keys

(re-post: 7 agosto 2009)

La titolare ha la patente. Son quasi nove mesi, ormai: guido benino, forse non sempre piano come quando ho sul sedile di fianco Mothershape, ma una roba ragionevole. Mai avuto grane di nessun tipo. Mai guidato ubriaca, neanche leggerissimamente alticcia. Mai rigato la macchina. Una brava automobilista, insomma, a parte il fatto che adoro guidare in infradito (vabbè, adesso pare pure che si possa, quindi praticamente una santa).

Comunque.

La titolare ha la patente, dicevo, ma non possiede una macchina propria. In realtà sono innamorata di quella del mio dottore, tanto che medito di simulare un caso di malasanità e spingerlo ad un accordo extragiudiziale che sistemi il tutto con lui che mi consegna le chiavi del suo Duetto rosso fiammante (ve l’ho detto che vado a fare Giurisprudenza, sì? Sì). Nel mentre, in attesa di escogitare il malanno perfetto, guido la macchina materna.

La guido quando la simpatica donnina mi dà il permesso di farlo, cioè; per qualche ragione che mi sfugge, ella ha deciso che, in Romagna, la risposta alla richiesta di macchina debba essere un nein secco. A prescindere. Oggi pomeriggio, però, Mothershape era in spiaggia, io dovevo sbrigare una commissione (cavo di alimentazione del pc da ricomprare, ho fatto secco quello precedente inciampandoci sopra ieri notte), e Fathershape non aveva voglia di gonfiarmi le gomme della bici, così mi ha consegnato chiavi e libretto e mi ha scongiurata di tornare alla svelta. Ah ha ha. Illuso.

Salgo in macchina. Chiudo la portiera. Accendo l’autoradio. Cambio disco. Agisco sul freno a mano. Maledico mia madre, che non mette il freno a mano neanche a pagarla. Ri-tolgo il freno a mano che ho appena messo. Cintura. Accendo il motore. Retro. Manovra per uscire dal cortile più piccolo e affollato dell’universo. Prima. Seconda. Cinquanta metri di senso unico. Stop.

Cinque minuti ferma allo stop, sempre più allibita, mentre mi sfrecciano davanti auto, moto, furgoni, monopattini, carrozzine, zoccoli, nuvole, qualsiasi cosa, senza soluzione di continuità. Tutti ai 120 km/h. Minimo. Dico tutti. Io basita, lì per lì, un filino preoccupata, un po’ turbata, parecchio prudente.

Al ritorno, mezz’ora dopo, bòn, guidavo come loro. Mi era venuta persino una leggera cadenza locale, uno spetàcolo, cantavo For Whom The Bell Tolls e sembravo Franceschini*. Mi ambiento alla svelta, pare. Be’, niente: forse mia mamma qualche ragione l’aveva davvero, alla fine, per non volere che guidassi da queste parti. Dico forse.

*Licenza poetica: Franceschini è di Ferrara, io bazzico molto più giù; lo preciso, non si sa mai, son permalosissimi ‘sti romagnoli – però mi suonava bene metterci Franceschini, e to’, almeno ha vinto qualcosa: le primarie come rappresentante della Romagna nel mio post. Congratulazioni, eh, Dario.

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