Probabilmente non stavo troppo bene

La mia fissazione per il biennio 2012-13 è la tentata induzione dello stato di sogno lucido (attraverso una tecnica di cui ho letto per la prima volta su 9gag) (quindi è più che probabile che vi ritroviate prima o poi a pellegrinare mesti al mio capezzale, dove io giacerò sotto lo sguardo severo di mia madre dopo essermi provocata accidentalmente lo stato di coma cum paralisi in posizione scomoda di tutti gli arti).

I miei esperimenti sono iniziati nel maggio scorso, quando in un clima di ansia indolente da esami e generale frustrazione sentimental-relazionale mi trovavo a trascorrere montagne di ore nella mia stanza, sola, osservando non senza una certa consumata simpatia un saggio lunghissimo di Federico Stella a cui il gatto andava progressivamente mangiando via tutti gli angoli.

(Al saggio, non al professor Stella, buonanima)

La tecnica che contavo di seguire è delle più semplici: ci si stende supini, si rilassa il corpo attraverso un tipo particolare di respirazione, si iniziano a vedere i colori, partono le allucinazioni.

Ecco.

La prima volta che ho provato non avevo letto la parte di istruzioni in cui si chiudevano gli occhi, quindi tutto quello che ho ottenuto sono stati due occhi rossi e gonfi e un singolare principio di psicosi da palpebra forzosamente non sbattuta, che è durata buona parte della giornata in questione.

La seconda volta che ho provato erano le quattro del mattino, e mi sono addormentata prima di avere il tempo di congratularmi con me stessa per la gestione intelligente dell’umidità oculare.

La quarta volta mi sono svegliata perché gelavo.

La quinta volta non riuscivo a dormire perché la coperta che mi ero messa addosso mi pesava sulle rotule e mi dava noia (dell’ipersensibilità delle mie articolazioni discuteremo in separata sede).

La sesta volta ci sono riuscita.

Era pomeriggio, continuava a far freddo (avevo addosso i jeans, un golf e un paio quei terrificanti calzini rossi a motivi natalizi che inspiegabilmente costituiscono il 70% delle mie risorse di biancheria in cotone) e per la prima volta nella mia vita ero riuscita a mettermi supina senza che i talloni i calcagni la parte posteriore dei piedi o la nuca mi dessero fastidio. Stavo da dio.

La tecnica di respirazione stava funzionando, i muscoli si rilassavano uno dopo l’altro, la sensazione era quella di stare sprofondando sempre più nel materasso. Improvvisamente sono partiti i colori, belli, vividi, a chiazze: viola, verde, turchese. Uno spettacolo. A questo punto, senza pensarci, ho aperto gli occhi, e ho capito che quella che stavo vivendo era un’allucinazione.

La mia allucinazione, e lo dico da madre, era delle più insulse.

Mi trovavo nella mia stanza, sul mio letto, supina, con addosso i jeans, il golf e i calzini natalizi. La temperatura era la stessa di quando mi ero stesa per l’esperimento, la luce che filtrava dalla finestra anche. L’ambiente non era diverso da quello usuale sotto nessun punto di vista, a patto di escludere la nuvola.

La nuvola era lunga circa un metro e mezzo, larga mezzo metro, profonda altrettanto. Grigia, compatta nella sua vaporosità, opaca. Galleggiava trenta centimetri sopra il mio letto, in corrispondenza della metà in cui non dormo mai. Era tanto reale quanto l’armadio, o il tavolo.

Era il momento più bello della mia vita.

Mi sentivo in dovere di interagire in qualche modo con la mia creatura, quindi ho – coscientemente, volendolo – allungato una mano, e da dentro la nuvola altre mani si sono protese ad afferrare e stringere la mia, e per qualche bizzarra ragione la circostanza non mi ha fatta gridare schifata, anzi. Era piacevolissimo. Ero contenta.

Subito dopo è suonata la sveglia, a sancire la scadenza dei miei ventisette minuti di tentativo. Ho passato mezz’ora a esplorare le potenzialità della cosa, due giorni a tormentare con il resoconto chiunque fosse anche solo vagamente disposto a darmi retta, quattro mesi a tentare di replicare il tutto.

Non ci sono ancora riuscita, forse non ce la farò mai più, probabilmente è stato un caso. Ma non fa nulla: un pomeriggio di maggio, il mio cervello e io ci siamo coordinati abbastanza da permettermi di allucinare una nuvola grigia nella mia stanza. Credo sia più di quanto la maggior parte di voi può vantare.

E ora scusate, ho da mettere la sveglia, c’è tutta una serie di cose che devo oniricamente andare a fare a un giovane Nick Cave.

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