Girls Who Are Boys Who Are DYING/2

Un problema non secondario, quando si è su internet e si vuole fingere di essere qualcun altro, è trovare le immagini con cui farlo (o una maniera convincente per evitare di): a parte il fatto che, grazie a Facebook, l’accesso alle foto dei contatti online è una cosa che si dà quasi per scontata, è molto più facile attirare le simpatie dei lettori quando si ha una faccia da associare al racconto delle proprie disavventure. E, se anche si gioca la carta della timidezza/della bruttezza/delle torme di stalker, è quasi impossibile esimersi quando a chiedere un volto su cui struggersi è la fidanzata virtuale in persona.

Ora, le soluzioni sono diverse.

Carissa Hads, 24 anni, desiderosa di intrattenere una relazione sessuale con una quindicenne, faceva tutto da sé. Ecco Carissa nei poco plausibili panni di James Puryear, 17 anni, aspirante predicatore, padre single di due gemelli.

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(Ecco anche una foto della vostra umile scrivente, qui ritratta in una foto non recentissima mentre non cerca di trarre in inganno nessuna minorenne, ma è comunque più convincente)
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Carissa, che ha in due distinte occasioni fatto sesso con una quindicenne la cui madre era di vedute fin troppo aperte e la cui conoscenza degli organi sessuali maschili (hint: generalmente non sono di gomma) era leggeremente lacunosa, è stata smascherata dallo stesso gruppo di persone che hanno fatto luce sulla vicenda Dirr; meglio, è stata smascherata proprio perché si era impicciata nelle indagini su Emily, quasi sicuramente in un tentativo di mettere alla prova la propria storia ed correggere eventuali punti deboli.

Oggi, arrestata e accusata secondo la legge federale di molestie sessuali a una minore, Carissa rischia una condanna fino a trenta anni di carcere.

Janet “Janna” Hopper Myrtle St. James Priggie, forse la più nota tra le esponenti di questa particolare categoria, è stata la mente e la voce dietro a Jesse James Jubilee, paramedico, vigile del fuoco volontario, allevatore di lama e giornalista. Per soddisfare la sete di immagini che comprensibilmente animava la sua (sempre strettamente virtuale) sposa promessa, Janna usava le foto dell’ex-marito John negli anni ’70.

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(Anche il lama viene dagli anni ’70. E no, era prima che iniziasse tutta la cosa di Instagram, o non l’avrebbero mai beccata).

Cindy Choi, 28 anni, ristoratrice di Miami, ovviava all’assenza di ex-mariti scannerizzabili grazie all’involontario contributo di Noah Neiman, personal trainer newyorkese. Le foto dell’uomo, insieme a quelle di diversi suoi familiari, venivano prese dalla sua pagina di Facebook e usate per corroborare le vicende inverosimili e drammatiche di Kevin San Roman, ventenne malato di leucemia e aspirante oncologo, e della sua famiglia (dopo la “morte” di Kevin, il ruolo principale è stato affidato al fratellino Lucas, interpretato dal vero fratello di Noah, il quale ha anche preso su di sé il compito di consolare le numerose fidanzate virtuali dello scomparso).

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Occhio a cosa postate su internet, ragazzi fin troppo attraenti, occhio.

Preacher James Puryear, lo smascheramento.

Due ricostruzioni della vicenda.

Jesse James Jubilee: una biografia (a cura di un amico un po’ stronzo della vittima).

Il blog dedicato alla questione.

La storia dei fratelli San Roman.

Un articolo su Noah Neiman.

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Picture of Carissa Hads taken from http://warriorelihoax.com/

Pictures of John Myrtle and llama taken from http://pieceofcakey.blogspot.it/

Picture of Noah Neiman found, with some pleasure, on Google.

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Girls Who Are Boys Who Are DYING/1

Una delle regole dell’internet – la sedicesima, per la precisione – è che su internet non ci sono donne. La regola non ha una validità letterale, ovviamente, come è agilmente dimostrato tanto dalla vostra umilissima scrivente quanto dall’esistenza stessa di Pinterest, ma contiene comunque un nocciolo di buon senso: ci sono buone probabilità che la bionda diciannovenne con la quinta di reggiseno e una passione bruciante per gli uomini sudaticci e quasi calvi che insiste a chiedervi l’amicizia su Facebook sia uno scherzo dei vostri cosiddetti amici.

(E ho brutte notizie anche sul fronte casalinghe vogliose nella vostra area)

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Si potrebbe, a questo punto, obiettare che è più che altro assai improbabile che sconosciuti attraenti di qualsiasi sesso sviluppino un interesse virtuale attivo nei nostri confronti, specie se la nostra massima espressione di personalità on-line è la pubblicazione automatica dei risultati di Ruzzle. Concludere, dunque, per amore di parità, che there are no boys on the internet.

Ecco tre storie le cui protagoniste sarebbero molto d’accordo.

Dana Dirr, ve la ricordate? Il neurochirurgo canadese. Dana ha un marito, JS, un po’ più giovane di lei (è nato il 31 di dicembre dell’82). Ecco, dalla viva voce di JS, un resoconto della maniera in cui si sono conosciuti e innamorati.

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Dana e JS sono sposati dal 2008 e hanno quattro figli; a questi vanno aggiunti i sette bambini che JS, all’epoca ventiseienne, aveva già avuto da una vasta serie di relazioni occasionali, e che Dana ha poi adottato come propri.

(Ok, JS ha molte qualità, ma teoria e pratica della contraccezione non sono il suo forte; va anche detto che le ragazze con cui si intrattiene sono così tante che la statistica semplicemente gli è avversa: la pagina Facebook che le raccoglie conta, a un certo punto, 46 membri)

Prima che arrivasse Dana, per JS le cose erano sempre andate, dal punto di vista sentimentale, piuttosto male.

La sua fidanzata del liceo, Mandi, quindici anni scarsi, l’ha abbandonato pochi giorni dopo la nascita del loro primo figlio (a cui, credo come spregio ulteriore, aveva appioppato il terribile nome di Jaymes Timmothey).

La fidanzata di suo fratello gemello Sam ha accoltellato a morte il succitato Sam (scambiandolo per JS) dopo aver scoperto che i fratelli si erano messi d’accordo perché JS andasse ogni tanto a letto con la fidanzata del fratello, che era gay, per tenerla buona.

La sua fidanzata successiva, Aly, dà alla luce due gemelli prematuri (nel frattempo, per non restare con le mani in mano, JS aveva adottato una bambina), decide che la situazione è troppo complicata e rifiuta la proposta di matrimonio che JS le fa, sparendo nel nulla.

Poi arriva Julia, una vecchia amica dei tempi in cui JS e compagnia si ubriacavano, drogavano e facevano sesso a casaccio. Julia ha due figli, e si scopre che uno dei due è figlio di JS. Inoltre Julia rimane di nuovo incinta, sempre di JS, e nasce Eli (il bambino con la miriade di cancri che diventerà poi il fulcro della vicenda Dirr). Julia è sposata, e, più in generale, stronza. JS porta via con sé Eli, il fratellino più grande, e per buona misura anche il bambino con cui non c’entra nulla.

A questo punto arriva Dana, insieme a un nuovo set di gemelli, e JS mette finalmente la testa a posto.

O almeno, mette la testa a posto pubblicamente*.

JS, infatti, oltre ai vari exploit fisici, coltiva e continua a coltivare una serie di relazioni virtuali con donne di varie età (da una ragazza di quattordici anni a una donna di cinquantadue, con la quale si scambia anche foto, uhm, suggestive). Le fidanzate virtuali, nel corso degli anni, seguono con grande trasporto e partecipazione le vicende del ragazzo, il quale — non bastasse tutto il resto — da un certo punto in poi comincia anche ad avere in prima persona guai fisici di vario genere, tipo un attacco di cuore.

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E un incidente stradale (no, non quello in cui muore Dana, un altro)

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E poi, ovviamente, c’è la questione della morte di Dana.

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Quindi, ricapitolando, cosa c’è di peggio che avere un fidanzato virtuale, incostante, promiscuo, con undici figli a carico e una moglie appena morta e assurta senza mezze misure allo status di santa? Avere un fidanzato virtuale, incostante, promiscuo, etc. che è in realtà una ragazza di ventidue anni che si chiama Emily.

Emily Dirr, studentessa in Ohio, ha inventato e portato avanti l’intero universo dei Dirr canadesi (incorporandosi addirittura nel cast, nel ruolo della sorella minore di JS) per, reggetevi, undici anni, arrivando a gestire in contemporanea settantuno account di Facebook, e una matassa di invenzioni così intricata da essere ormai più o meno in grando di stare in piedi per conto proprio.

A quanto è dato sapere, tutto quello che tangibilmente ne ha ricavato è una manciata di autoscatti più o meno osé delle sue varie fidanzate (quelle che esistono nella vita reale).

A+ per l’impegno.

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* forse avevano un matrimonio aperto, forse avevano un senso dell’umorismo particolare, non saprei: io, fossi stata la fidanzata, mi sarei un po’ seccata. Oh, ma aspetta, non sono persone vere, è solo un buco nella sceneggiatura.

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Un riassunto eccellente della vicenda

Il blog che ha smascherato Emily Dirr

La gente di Reddit è curiosa

Inception

All pictures/screenshots courtesy of Taryn Wright of http://warriorelihoax.wordpress.com

Lunga e diritta correva la strada

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Maggio 2012: Dana Dirr, trentacinque anni, canadese, neurochirurgo, madre di dieci figli e incinta alla trentacinquesima settimana, resta coinvolta in un incidente stradale mentre si reca al lavoro. Arriva all’ospedale in condizioni critiche, resiste quanto basta per dare alla luce una bambina perfettamente sana, si spegne subito dopo tra le braccia inconsolabili del marito JS.

A piangerla, quando il giorno seguente l’annuncio verrà dato su Facebook, non saranno soltanto familiari e amici, ma anche le migliaia di contatti che da anni seguono con il fiato sospeso le vicende di Eli, uno dei figli della coppia, sei anni, già sopravvissuto a un tumore al rene e poi colpito da una leucemia. In suo onore, la famiglia Dirr chiede e ottiene che donazioni a nome di Dana vengano fatte all’associazione benefica Alex’s Lemonade Stand.

Gennaio 2011: Monique, no last name given, attivista, è una nobile emiliana, mezza francese e mezza israeliana, con un nonno ebreo che ha portato con sé nella tomba le prove del coinvolgimento attivo di Joseph Ratzinger nel campo di concentramento di Auschwitz. Il cantante dei Manowar, suo amico di lunga data e amante occasionale, l’ha messa incinta di tre gemelli (al cui sostentamento non intende però provvedere, preferendo delegare il compito ai solerti e generosi amici dell’internet).

Tragicamente, e giusto alla vigilia dell’inizio di una nuova vita in Austria (mossa coraggiosa, considerando il sempre latente tumore al cervello), un incidente stradale uccide due dei tre bambini, lasciando poche speranze anche alla terza. La migliore amica di Monique, Marta, provvede con grande solerzia a dare aggiornamenti sulla situazione ai molti contatti che da mesi, su Friendfeed, seguono con il fiato sospeso le vicende dell’esuberante gravida.

Novembre 2006: Svmaria, nome di penna di Maria José Bianchi, cilena, molto attiva e molto popolare nel fandom dedicato al telefilm Smallville, abortisce per le conseguenze di un incidente stradale. L’annuncio, su inizativa del fidanzato Javier, viene dato su LiveJournal dalla sua migliore amica nella comunità, Herohunter.

Herohunter, a margine degli aggiornamenti sullo stato di salute dell’amica, ha cura di pubblicare la wishlist Amazon (provvidenzialmente appena rimpolpata) di quest’ultima, insieme a suggerimenti di carattere più generale per chi preferisse fare di testa propria. Un tentativo di obiezione in merito, a opera di un’altra utente di LiveJournal, provoca un immediato quanto repentino peggioramento delle condizioni di Svmaria, che viene sottoposta a un intervento chirurgico d’urgenza. La scriteriata ritira con molte scuse i flebili sospetti e le condizioni della moritura migliorano miracolosamente.

Il link ad Amazon resta valido.

Il tratto comune delle vicende sommariamente riassunte, l’avrete capito, non è solamente il fascino morboso e irresistibile delle lamiere contorte quando strappano vite giovani e giovanissime (fin lì, bastava scomodare Guccini): il tratto comune delle vicende sommariamente riassunte è che sono – ovviamente – false, dalla prima all’ultima parola, dai dettagli più microscopici alle svolte più clamorose, completamente e totalmente — con buona pace dei gonz… delle persone che in buona fede e sull’onda della commozione momentanea si sono lasciate convincere a donare qualcosa a queste persone, fossero soldi o fossero regali o fosse anche solo il pensiero genuinamente angosciato di un momento.

(Dico «donare qualcosa a queste persone» intendendo gruppi separati di gonz… benefattori, uno per mitomane; se c’è qualcuno che ha contribuito in tutti e tre i casi, lo invito a farsi avanti e a discutere questa occasione immobiliare che mi trovo per le mani, un edificio di pregio che necessita giusto di qualche restauro, si trova a Roma, si chiama Anfiteatro qualcosa).

Ma cosa spinge esattamente una persona a connettersi a internet e a fingere, più o meno plausibilmente, un incidente d’auto? Un aborto? Un cancro? Una malattia di anni? La propria morte?

Dipende.

Alcuni sono truffatori, puri e semplici, ben determinati a far fruttare il più possibile la sceneggiata. Alcuni sono persone che non desiderano altro che l’attenzione completa e la solidarietà incondizionata del maggior numero possibile di lettori/spettatori (la ragazza che stava dietro Dana Dirr e la sua numerosa e sfortunata prole, è emerso, ha nel corso degli anni investito non poco denaro nell’operazione, senza che un centesimo delle donazioni suscitate dalle sue manipolazioni venisse distolto da vere fondazioni a sostegno della ricerca sul cancro). Altri ancora sono una comoda via di mezzo, che si crogiola nella posizione privilegiata che la disgrazia (o successione di disgrazie) ha conquistato loro ma non disdegna nemmeno le dimostrazioni tangibili dell’altrui affetto.

Quali che siano le loro motivazioni, le loro storie verosimili o meno (hint: praticamente mai verosimili) costituiscono quasi invariabilmente una lettura avvincente e spesso molto istruttiva, specie se siete il genere di persona che ha il bonifico pietoso facile. Io, siccome piuttosto che studiare per l’esame che devo dare il mese prossimo mi impiegherei come roadie dei Manowar, ve ne racconterò una decina.

Restate in ascolto.

(E telefonate quando arrivate, mi raccomando, lo sapete come sono le strade in questa stagione).

Polonia,7

09.49: abbiamo l’aereo tra sole dieci ore! È il momento di alzarsi.

09.50: stanotte non è che abbia riposato proprio benissimo.

09.51: dalle due alle quattro c’era la partita dei Green Bay Packers, che è stata seguita con molto entusiasmo a ventisei centimetri da dove dormivo a tratti io.

09.52: alle tre e qualcosa, per variare, c’era il canadese che –ubriaco– mi metteva speranzoso le mani sulla maglietta.

09.53: (illuso, sotto più di un punto di vista)

09.54: e dalle quattro alle nove e rotti ho diviso come di consueto con Alessandro questo letto da 3/4 di piazza.

09.55: («Giulia, col senno di poi, cosa cercheresti soprattutto in un moroso?» «Le spalle strettissime.»)

11.03: ok, se indosso il (suo) pile più voluminoso in assoluto e rifilo a lui il manuale di Europeo, riusciamo persino a chiudere le valigie.

11.05: è una vittoria personale.

11.09: che mi prenderò ancora qualche minuto per assaporare.

11.28: manca soltanto un’ora alla partenza del treno!

11.29: il Marco ci prepara un biglietto in polacco da presentare alla kasa bigliettowa.

11.30: usciamo per andare alla stazia.

11.31: ve l’ho detto, non fa freddissimo.

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11.49: ci siamo presentati in biglietteria, abbiamo allungato all’addetta le istruzioni precompilate, lei ha annuito e ci ha fatto due biglietti per un totale di 266 zl.

11.50: ossia grossomodo il quadruplo di quanto abbiamo speso in tre all’andata.

11.51: in effetti uno dei biglietti è per 33 zl, l’altro per 233 zl.

11.52: il che ci spinge a formulare l’ipotesi che 33 zl sia il biglietto.

11.53: e 233 zl sia il supplemento gonzi.

11.54: «generoso contributo volontario»

11.55: in compenso, a bordo dell’espresso Berlino-Varsavia, ci metteremo soltanto due ore e mezza.

11.56: e avremmo quelle cinque ore abbondanti per prendercela comoda in aere… areo.. aer… a Chopin.

12.13: la complicatezza mostruosa del sistema locale di nomenclatura binari.

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12.14: peron 9 e 3/4

12.28: il nostro treno sta arrivando, lo osservo con attenzione per individuare l’eventuale vagone imperiale che giustifichi il prezzo del biglietto.

12.29: ma invece niente, siamo in seconda classe.

12.30: certo, questa volta seduti su dei sedili, perlomeno.

12.48: la signora tedesca compagna di scompartimento ci cazzia perché ci stiamo baciando.

12.49: mi gaso perché ho capito il rimprovero.

12.50: che era pure abbastanza elaborato.

13.01: la signora tedesca scende.

13.02: ci guardiamo languidi.

13.03: sale una tizia con due bambine molto piccole.

13.04: tiro fuori il manuale di Europeo.

13.17: nevica!

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13.18: telefoniamo al Marco per sapere se su da lui nevichi.

13.19: no, non nevica.

14.01: «Giulia Giulia Giulia UNA CATTEDRALE A PUNTA fai la foto sbrigati»

2454 14:31: FAI ATTENZIONE PORTA PER CARITA’ FAI ATTENZIONE

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15.01: requisiti che non sono necessari per lavorare all’informazia della stazione di Varsavia: parlare una lingua diversa dal polacco.

15.02: curioso, vista anche la grossa scritta INFORMATION che campeggia sullo sportello.

15.50: vivi! Oltre i controlli di sicurezza!

15.51: mi hanno lasciato, noto, il terrificante levatappi affilatissimo della Lech.

15.52: in compenso ci hanno fatto levare le scarpe.

15.53: cosa che non è un grande problema se sei me, e indossi delle scarpe da tennis.

15.54: mentre si fa più insidiosa se, come Alessandro, sfoggi un paio di stivali a sessantasei buchi da manovale addetto alla costruzione di rifugi tirolesi.

16.01: tempo di allacciatura: nove primi e undici secondi, record regionale.

16.09: cose da fare al duty-free di Varsavia: giocare con gli ombretti Inglot.

16.10: pensando con gioia maligna a quelle che in Italia li pagano il triplo di quanto costino qui.

16.21: spendere in ombretti Inglot più di quanto si sia speso in cibo nel corso della vacanza tutta (45 euro).

16.22: persino più del biglietto imperiale del treno!

17:21: Alessandro in un momento di svago.

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17.23: Alessandro torna dalla pausa-sigaretta e io inspiegabilmente vengo colta dal desiderio di cenare (?) con del salmone affumicato.

17.32: ci facciamo irretire dai divanetti avvolgenti di un posto che si chiama Business Shark ed è palesemente un’inculata.

17.33: «… e per me, una Fanta gran riserva» «ottima scelta, signore»

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18.57: la tizia in coda al gate davanti a noi ha una ragazzina molesta per mano e una borsetta a tracolla in eccesso celata sotto il piumino.

18.58: medito di denunziarla allo stewart.

19.37: un neonato bellino! Mi intenerisco.

19.39: una foto tenera di un gatto che avevo sull’iPad! Mi intenerisco.

19.41: una menzione dell’unica stromatolite in cattività al mondo, e della sua piccola ma tenace fila di bollicine! Mi intenerisco.

19.43: oh, cosa vi devo dire, è una giornata così.

19.44: languida.

20.58: in caso di atterraggio d’emergenza, scopriamo, è necessario levarsi la dentiera.

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20.59: e le scarpe, ma non mi è chiaro se solo quelle con il tacco o tutte.

21.00: (breve sguardo di compatimento agli ottantadue ganci degli stivali di Alessandro)

21.01: oh, be’, il mondo è di chi non ha stringhe da slacciarsi.

21.02: il nostro esame del foglietto illustrato di istruzioni arriva alla parte delle maschere con l’ossigeno.

21.03: ci giriamo uno verso l’altra e contemporaneamente iniziamo a cercare di impressionare l’altro con quella cosa dell’ossigeno che ha solo una funzione euforizzante.

21.04: purtroppo abbiamo visto tutti e due Fight Club.

21.05: mi domando perché il compito di realizzare questa cosa sia stato affidato a una persona che non sa disegnare mani né piedi.

21.06: Rob Liefeld, in pratica.

21.07: ecco, ho capito perché, è tutto riscattato da quell’attenzione ai dettagli di spigoli dei sedili che sporgono dalle nuvole dell’incendio.

21.08: che mondo bellissimo.

21.09: bellissimo.

Polonia, 6

22.21: entro in camera.

22.23: in camera ci sono Alessandro, il Marco e un canadese che discutono della nostra vita sessuale.

22.24: nostra nel senso di mia e di Alessandro.

22.25: più che «discutono», «progettano».

22.26: esco dalla camera.

22.28: in cucina, a nutrirmi di briciole di tortilla.

22.31: il canadese mi offre una piccola porzione di pasta cucinata da lui.

22.32: perfettamente al dente, aggiungerei.

22.33: il canadese mi porge una forchetta pulita.

22.35: il canadese mi conduce, per consumare il commovente piccolo pasto, nella propria stanza.

22.36: nella quale trovano posto, tra le altre cose, un numero adeguato di stoviglie linde e asciutte, uno scendiletto, un pacchetto di Lindor, whiskey di buona marca, lenzuola di bucato, l’unica candela profumata di aroma gradevole che sia mai stata messa in commercio.

22. 37: fugaci considerazioni sull’opportunità di incorporare il canadese nella mia vita sessuale.

22.38: o assumerlo come governante.

11.41 «oh, ragazzi ho fatto un sogno pazzesco»

11.42: ah, non era un sogno.

11.43: niente, stanotte hanno trovato un tizio asiatico riverso nel corridoio del dormitorio.

11.44: intento a lamentarsi flebilmente.

11.45: i miei amici e una di due portoghesi della stanza di fianco hanno tentato di rianimarlo.

11.46: non riuscendoci, hanno approfittato dell’occasione per scattare una serie di foto ricordo.

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11.47: (io nel mentre ero nell’unico posto in cui avesse senso essere, ossia il mio letto)

11.48: poi sono arrivati i tizi della sicurezza.

11.49: meno male che non c’ero, quindi, non avrei saputo come manifestare la simpatia in assenza di zerbini.

11.50: il collassato è stato sottoposto a una sbrigativa perquisizione.

11.51: che ha evidenziato il fatto che fosse stato derubato probabilmente anche delle mutande.

11.52: poi è stato deriso, credo.

11.53: e infine identificato approssimativamente e introdotto a braccia nella propria stanza grazie all’uso di un passepartout.

11.54: (come se io sapessi scrivere quella parola senza cercarla su google, tra l’altro)

11.55: una volta dentro, il soggetto ha sperimentato una improvvisa quanto intempestiva ripresa di coscienza.

11.56: ossia si è svegliato mentre il Marco gli levava le scarpe, si è convinto che gliele stesse rubando (oh the irony) e quindi voleva menarlo.

11.57: ma poi si è reso conto.

11.58: e tutto è bene quello che finisce con commosse manifestazioni di rimorso per i tentativi fiacchi di percosse al volto.

12.01: un breve riassunto della giornata di ieri: SKITTLES (ossia la ragione principale per cui occasionalmente espatrio)

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12.02: ze spaghetti accident (la dinamica non e’ chiara nemmeno a me)

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12.03: Alessandro conciato come una vedova sarda, e del vischio sullo sfondo:

IMG_996912.04: il posto (buono) dove abbiamo mangiato ieri (io ho mangiato: una patata bollita affogata nello tzaziki, per il quale questo paese sembra avere una curiosa ossessione)

IMG_996614.48: oggi andiamo alla fabbrica della birra Lech.

14.49: dove per la modesta somma di sei zloty riceveremo un apribottiglia di latta, un tour guidato dello stablimento e una pinta di –appunto– birra.

14.50: e il bicchiere in cui è servita, se ci riesce di incularlo.

14.51: il Marco è alla sua quinta visita e sulla sua mensola fanno appiccicaticcia mostra di sé solamente due bicchieri, quindi traete le vostre conclusioni.

14.52: nota a margine, a me la birra non piace e non mi interessano i bicchieri, in compenso il levatappi omaggio mi verrà probabilmente sequestrato dalla sicurezza dell’aer… areo… aero… di Varsavia Chopin.

16.04: la nostra modesta rappresentanza qui all’estero ha lo scopo di far passare quello italiano come un popolo di gente GRANDE, se non propriamente bellissima.

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16.05: (io, che sono ovviamente quella vestita da parcheggiatore, sono un metro e settantaquattro)

16.11: nella stanza da cui si possono osservare le operazioni di imbottigliamento, e con piglio serissimo, la guida mi ha interrogata sui dettagli delle fasi di produzione che ci aveva spiegato in precedenza.

16.12: diciamo un sei scarso, soprattutto perche’ non mi ricordavo come si dice in inglese luppolo.

16.46: per fortuna, tutto e’ bene quello che finisce con un attestato di partecipazione compilato in proprio.

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16.47: nota: tornata in Italia, presentare in segreteria il certificato e tentare di ottenere in cambio dei crediti.

16.48: la birreria del birrificio, in cui i ragazzi giocano a calcetto e si dividono anche la mia birra.

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16.49: stasera festa di compleanno (?), domani partenza e ritorno alla madrepatria.

Polonia, 5

11.03: il problema grosso di questa lingua di cui non sono in grado di pronunciare nemmeno le parole piu’ banali e’ che non posso essere untuosamente cortese come e’ mia prassi.

11.04: e le mie giornate semplicemente non sono complete se non ho la certezza che qualcuno abbia pensato di me “va’ che brava tusa”

11.05: “tusa” = “ragazza, figlia”

11.06: (in milanese, eh)

11.07: plur. tusan, con l’accento sulla a.

11.08: mentre il corrispettivo maschile e’ bagai (invariato al plurale)

11.09: ma dicevamo

11.10: questa e’ una lingua in cui non so nemmeno dire grazie, quindi mi riesce un po’ difficile veicolare appieno la sfumatura rispettosa ma piena di vivacita’ con cui do’ del lei ai miei interlocutori.

11.11: e io me ne dispiaccio.

11.12: ma non me ne dispiaccio abbastanza da superare quello scoglio dell’intorcinamento alla lingua che mi colpisce quando tento di dire “prego” in polacco.

11.13: allora ho elaborato tutte delle mie piccole strategie.

11.14: tanto per cominciare, metto a frutto quei sette-otto anni che sono serviti al mio dentista a comperarsi una barca, vale a dire sorrido come se mi avessero messo il curaro nel burro di cacao.

11.15: (che peraltro non uso)

11.16: nella foto, io che riposo i muscoli delle guance in vista di una faticosa interazione solitaria con il mondo esterno (= avevamo finito la cocacola). Notate anche l’abbigliamento rassicurante e i capelli ben pettinati.

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11.17: quindi, il sorriso perenne.

11.18: poi, delle tre l’una.

11.19: a seconda di chi mi si para davanti, posso mormorare cortesie in tedesco.

11.20: (Sulla scorta di questo semplice ragionamento: la Germania e’ abbastanza vicina)

11.21: (certo, pure l’Austria a Milano, ma cosa vuol dire)

11.22: se non sono in vena di danke, la butto sull’etnico e intono brevi saltellanti melodie al mandolino, rimpiangendo abbastanza i baffi che mi sono strappata prima di partire.

11.23: in alternativa, e si tratta senza dubbio della mia strada prediletta, mi guardo bene dall’emettere anche solo un flebile sospiro e mi paro nella simulazione piu’ totale di mutismo, accompagnata dalla mia migliore esecuzione de Gli Occhi Buoni.

11.24: un po’ la mia Blue Steel.

11.25: poi ci sono le finezze, i tocchi personali.

11.26: come con il mio amico custode del dormitorio, al quale significo su base quotidiana la mia stima in una maniera che mia nonna sono sicura approverebbe con tutta se stessa: insistendo sullo zerbino dell’ingresso per un totale di trentasei minuti al giorno.

11.27: l’inglese, naturalmente, vigliacca scorciatoia, viene riservato alla gente che non e’ nella posizione di bravatusarmi.

11.28: tipo la gente qui al college, le tipe dell’informazia, quelli che ci provano mentre sono in coda in posta e tento farmi affrancare le piu’ brutte cartoline della storia.

12.31: oggi prendiamo la macchina.

12.32: che e’, peraltro, coperta da uno strato abbastanza impressionante di cacca d’uccello.

12.33: e andiamo a mangiare in un posto un po’ da hipster dove servono come specialita’ gigantesche omelettes con ripieni complicati.

12.45: oh, buone sono buone.

12.51: molto buone.

12.56: enfasi su molte.

12.57: una foto hipster del doggy box che ci siamo fatti fare

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(to be continued, a patto che sopravviva all’andare a prendere la pizza senza preavviso e coi capelli bagnati, stay tuned)

Polonia, 4

10.23: ieri notte abbiamo visto The Blair Witch Project.

10.24: (come ripiego rispetto al programma principale della serata).

10.25: (che sarebbe dovuto essere: iniettare anestetico in un dito alla cui unghia mi ero fatta una cosaccia sanguinolenta mentre mi rasavo (radevo?) una zampina).

10.26: (e poi niente, stare a vedere come si sviluppava la cosa).

10.27: (no, tranquilli, un’idea minima ce l’avevamo).

10.28: (il mio amico un giorno diventera’ un dentista).

10.29: (certo, a questo punto, sempre che nessuno nella posizione di decidere della cosa capiti mai da queste parti).

10.30: (purtroppo non avevamo un ago adeguato e quindi niente, mi sono messa un cerotto e abbiamo messo su il dvd)

10.31: messo su il dvd e munito Alessandro del residuo di vodka e catcus, come esperimento sul grado di paurosita’ raggiungibile dal film su un novizio adeguatamente aiutato da un punto di vista alcolico.

10.32: per oggi invece abbiamo un programma AMBIZIOSO.

10:33: (ne approfitterei per salutare mia madre, che legge)

10.34: questo programma AMBIZIOSO, il cui potenziale testosteronico e’ cosi’ alto che sta spuntando la barba pure a me, consiste in: prendere il pullman 93 e recarci al poligono di tiro.

10.35: dove per la modesta cifra di 20 zl., e per nessuna buona ragione al mondo, ci verranno consegnati DEGLI AK-47.

10.36: (ma voi forse vi ricordavate di me come di una giovane donna pacata con una passione per gli uomini esili e un feed twitter pieno zeppo di battute solidali a Piers Morgan minacciato di deportazione)

10.37: (non so che dirvi, sara’ qualcosa nell’acqua)

10.38: (probabilmente la stessa cosa che mi provoca la comparsa spontanea di questi MERAVIGLIOSI RICCIOLI MOLTO ELASTICI, dei quali sono devo dire piuttosto soddisfatta)

12.30: succede una cosa che e’ meglio non scriva, le autorita’ doganali potrebbero negarci il rimpatrio e forse addirittura ritirarci i mandolini.

12.45: mio dio, che vergogna.

14.00: ci mettiamo in cammino.

14.01: AMBIZIOSAMENTE.

14.23: “Voglio documentare tutto.”

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14.25: Il poligono.

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14.26: il grazioso posacenere in dotazione al poligono.

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14.28: poligono la cui porta e’ aperta.

14.29: anche se, uhm, dentro non c’e’ nessuno.

14.30: pare.

14.31: non sono sicura che varcare questa soglia sia una buona idea.

14.32: tanto per dire, mi pare di aver visto dei fucili in quel portaombrelli la’ in fondo.

14.33: usciamo.

14.34: un po’ delusi.

14.35: ma piacevolmente intatti.

14.36: ah ecco, ci dice il carrozziere qui a fianco che il poligono “non accetta clienti” fino al 15.

14.37: (certo, ce l’ha detto in polacco, quindi l’unica cosa di cui siamo veramente sicuri e’ il numero quindici)

14.38: (e anche li’, fino a un certo punto: abbiamo buone ragioni di ritenere che il Marco non sappia dire “tre”)

14.39: (“buoni ragioni” = tutte le volte che cerchiamo di procurarci tre esemplari di qualcosa ne otteniamo due)

14.40: be’, in ogni caso niente.

14.41: a questo punto tanto vale tornare a casa.

14.42: Alessandro vorrebbe stare nei paraggi ancora una mezz’oretta.

14.43: sia mai che scoppiasse una rivolta zombie, dice.

14.44: quei fucili nei portaombrelli potrebbero farci comodo, aggiunge.

14.52: vabe’, dai, andiamo.

14.53: a piedi, tanto era tutta diritta.

15.22: non solo non abbiamo idea di dove siamo, ma si tratta di un posto in cui ai muri dei capanni la gente appende… cose.

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15.55: e le case sono cosi’.

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16.17: “Giulia, la fotocameraAAARGH.”

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16.25: Come coda anticlimatica, l’atrio assurdamente sfarzoso della clinica odontoiatrica universitaria di Poznan.

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Polonia, 3

8.58: risveglio cinguettante tipico di chi (me) la sera prima e’ stata ubriaca per un totale di ventisei minuti circa.

8.59: nel senso che poi ha smesso di esserlo.

9.00: vomitando l’anima.

9.01: mista a un curioso succo sedicente gusto cactus.

9.02: niente, la storia e’ che dovevamo uscire.

9.03: ma erano le otto e venti di sera, e insomma.

9.04: quindi ci siamo detti (io no), “partita di beer pong in cucina!”

9.05: (se non sapete cosa sia il beer pong non siete che fortunati)

9.06: (e comunque io non ve lo saprei spiegare, le uniche regole che abbia mai memorizzato correttamente sono quelle del rubamazzetto)

9.07: problema marginale, a me la birra non piace.

9.08: “vabe’ E’ LO STESSO nei tuoi bicchieri ci mettiamo vodka e kaktus”

9.09: problema serio, i bicchieri da beer pong del mio amico sono gli stessi che il mio amico s’e’ portato quando e’ venuto in Polonia per iniziare l’Erasmus.

9.10: a settembre.

9.11: non credo siano mai stati lavati da allora, peraltro.

9.12: sapevano di muffa in doccia.

9.13: e di piedi.

9.14: e insomma meno male c’era la vodka.

9.15: dico da un punto di vista sanitario.

9.16: abbiamo giocato, io in splendida forma, dopo cinque minuti avevo perso il perdibile.

9.17: dopo dieci ero stesa a terra abbracciata alla gamba di Alessandro che perdeva con ritmi piu’ dignitosi, e riflettevo sui bicchieri.

9.18: dopo venti minuti ero al terzo giro di spazzolino e coluttorio (l’alcool mi rende particolarmente coscienziosa sotto il profilo dell’igiene orale).

9.19: morale alle dieci circa avevo fatto, e il Marco ci ha salutati ed e’ andato in piazza prima e a una festa polacca poi.

9.20: noi niente, un po’ perche’ io avrei avuto difficolta’ a coordinare di nuovo piedi e buchi delle gambe dei pantaloni e un po’ perche’ sotto i tre mesi di durata pregressa di una relazione la parte “pero’ in Polonia” del concetto “stasera casa libera, pero’ in Polonia” semplicemente risulta invisibile.

9.22: Ora, di ritorno dal flashback, ho fame e sete e le uniche cose vagamente edibili in questa stanza, dentro cui siamo e cui non abbiamo le chiavi, sono una bottiglia di Mountain Dew e un limone dubbio.

9.23: (la mia preferenza va nel caso al limone)

9.24: che e’ dubbio nel senso che ieri sera l’abbiamo avvistato in frigo e abbiamo poi avuto un breve consulto per stabilirne con un grado ragionevole di certezza l’identita’ ortofrutticola.

9.25: l’acqua del rubinetto! Che buona! La luce del mattino! Che bella!

9.26: quando la sera bevo poi mi risveglio co-protagonista de Le mele di Adamo.

9.27: giusto per dire, ho appena tirato fuori IL MANUALE DI EUROPEO.

9.28: la Commissione! Che efficiente!

11.29: ecco una foto di me denutrita che sorrido un sorrriso buono mentre sullo sfondo Alessandro entra nella quindicesima ora di sonno ininterrotto.

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12.30: ecco una foto dell’orrendo succo di katkus, che ieri sera amavo di un amore superficiale e insincero.

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13.31: ecco una foto di un tipico negozio sotterraneo polacco di teste.

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13.47: siamo a mangiare pierogi in una tipica pierogeria locale.

13.48: (pierogi sembra il nome di una roba che insisterebbe per servirti tua nonna, se tua nonna fosse di vicino Modena)

13.49: (e il ristorante tra l’altro si chiama una cosa tipo “Al mulino della nonna”)

13.50: il bagno della pierogeria.

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13.52: (mi domando come si dica “bagno” in polacco)

13.53: qualcosa sul genere “bagnozzi”, probabilmente.

13.54: stazione, con nostro immenso divertimento, si dice “stazia”

13.55: scritto tipo stacja.

13.56: ma a chi importa la grafia, quando ti trovi davanti a un termine che e’ impossibile impiegare seriamente senza apostrofare l’interlocutore come “zio”.

13.57: (oh zio, ce la facciamo una piadolla?)

13.58: (giu’ alla stazia)

13.59: a questo proposito, centro per la depilazione brasiliana si dice zentrum depilazi brazeliqualcosa.

14.00: casomai vi trovaste nella necessita’ di.

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14.01: e’ una lingua bellissima.

14.03: sempre per la serie “foglietti in polacco che non ci portano nulla di buono”, la password della wi-fi che ci ha dato la cameriera (e che non era quella giusta, in tutta evidenza).

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14.05: e’ un *paese* bellissimo.

Polonia, 2

2.31: tradizionale sveglia di soprassalto.

5.01: sveglia mentale.

5.03: sveglia del telefono.

5.05: sveglia della radiosveglia.

5.06: breve riflessione sul ruolo svolto dai numeri dispari nel mio approccio al risveglio.

5.07: pastrugnamento gia’ nostalgico del gatto che, giustamente, dormiva.

5.08: entrata a regime della routine “richiesta di crocchini”.

5.09: crocchini abbondantissimi.

5.10: pipi’.

5.11: apertura semimanuale palpebre.

5.12: quotidiana presa d’atto dell’infelice rassomiglianza della scrivente con il cantante dei Twisted Sister.

5.27: venuta a patti con il concetto sopra espresso.

5.29: copertura della distanza tutta verticale (cinque piani) tra il mio domicilio e il luogo del ritrovo.

5.30: ritrovo.

5.35: esaurimento battute sulla mia giacca (da sci) (arancione)

5.36: partenza.

6.00: arrivo in aer… are… aere… arrivo a Orio.

7.05: in coda al gate.

7.06: davanti a noi, un terzetto di palesi hooligan.

7.07: privi pero’ di anfibi.

7.08: in accordo con la nota formula per cui Clark Kent : occhiali = hooligan : anfibi.

7.36: perdita di conoscenza su spalla compiacente.

8.55: risveglio causa formicolio da morte imminente alla totalita’ del lato destro del corpo.

9.10: ripristino parziale della funzionalita’ delle parti compromesse.

9.12: conversazione apparentemente sussurrata sugli effetti dell’altitudine a livello dei timpani.

9.27: arrivo.

9.40: nastro ritiro bagagli.

9:42: avvistato al nastro ritiro bagagli spagnolo imbracciante chitarra.

9.43: avvistato al nastro bagagli spagnolo brandente bonghi.

9.45: ritirato bagaglio di amico (forse contenente collezione di minerali).

9.57: trenino di collegamento con la stazione.

9.58: totale passeggeri: tre (noi)

9.59: piu’ una coppia di individui baffuti in divisa da controllori.

10.00: i quali sono intenti a svolgere chiara azione di sabotaggio sulle macchinette dei biglietti presenti a bordo.

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11.00: sul treno Varsavia-Poznan (inserite un affarino sopra l’ultima n, e gia’ che ci siete immaginatevi anche gli accenti che non vi so mettere da questa tastiera).

11.01: alcuni scompartimenti sono cosi’ occupati che la gente lo sottolinea tirando le tende di broccato (?) dalla parte del corridoio.

11.02: alla biglietteria ci hanno fatto un biglietto che vale soltanto per due persone!

11.03: argh.

11.04: per compensare la cosa da un punto di vista karmico ci siamo seduti per terra in uno scompartimento smantellato.

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11.05: il piano e’: ci divideremo la multa (l’equivalente di 12 euro, circa)

11.10: Alessandro dorme.

10.11: riverso sulla propria valigia nera, vestito di nero, con una sciarpa (nera) in testa.

10.12: il nuovo piano e’: negare, stringendoci nelle nostre giacche di colori vivaci, di conoscerlo anche solo di vista.

10. 50: arriva il controllore.

10.51: il quale, peraltro, assomiglia moltissimo al mio antico professore di med. legale.

10.52: il controllore, appurato che non parliamo polacco, fa quello che fanno tutti i polacchi in questi frangenti.

10.53: ossia ci parla in polacco.

10.54: sono cinque minuti che il controllore scrive cose polacche sul retro del nostro biglietto.

10.55: ci sta, credo, mettendo una nota.

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11.56: 99% (?)

11.57: Pero’ non ci ha fatto la multa, si e’ solo rifiutato di considerare valide le tessere universitarie non polacche.

11.58: Poi con calma decifreremo la scritta, che ci e’ stato detto di portare alla kasa bigliettowa.

11.59: biliettova.

12.00: quello che e’.

12.01: probabile contenuto del messaggio: uccidete i messaggeri.

12.20: SI E’ APERTA UNA PORTA DEL VAGONE MENTRE PROCEDEVAMO A VELOCITA’ SOSTENUTA.

12.21: DAVVERO

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12.22: Ma l’abbiamo* chiusa! Eroicamente!

12.23: (*plurale di rappresentanza)

12.24: Segue video, quando capisco come importarlo.

Polonia, 1

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5.02: Mi sveglio di colpo in un bagno di sudore. Non ho fatto la valigia!

5.03: Cazzocazzocazzocazzo.

5.04: Il gatto intuisce la mia disperazione e reclama a gran voce crocchini.

5.05: Giaccio sconfortata. Il gatto mi cammina sui bulbi oculari.

5.10: Ah ma no, oggi è domenica.

5.11: A posto.

5.12: Vabe’, non sono neanche tanto stanca. Dormo ancora una mezz’ora giusto per stare sicura e poi mi alzo e inizio a fare tutto.

10.19: Mi sveglio di colpo con il collo completamente bloccato dal sudore freddo di prima.

10.20: Mi districo con poca convinzione da quella che ieri sera mi era sembrata una quantità assolutamente sensata di coperte, coperte che nella notte sono migrate in blocco all’altezza delle anche.

10:21: Il gatto intuisce l’imminenza della mia paralisi completa e reclama a gran voce crocchini.

10.22: Mi trascino verso il succo di mirtillo.

10.23: Do i crocchini al gatto.

10.24: Il gatto intuisce il mio stato d’animo arrendevole e, quasi strozzandosi con la bocca piena di crocchini, reclama a gran voce crocchini.

10.25: Faccio colazione con una fetta di pizza di ieri l’altro.

10.26: E due biscotti.

10.27: E un cucchiaio di residuo di salsa allo yogurt per il salmone marinato, così posso mettere a lavare la ciotolina.

10.28: Stacco il gatto dalle tende.

10.29: Il gatto intuisce i germi del senso di colpa causato dall’idea di lasciarlo sei giorni a mio fratello e reclama a gran voce crocchini.

10.30: Ha senso che io mi porti in Polonia questi nuovi pantaloni verdi attillatissimi?

10.31: Sono carini, ma sono fatti di cotone misto nulla.

10.32: Quindi peseranno poco o niente.

10.33: Vedremo.

10.34: Forse posso indossarli sull’aereo sotto un altro paio un po’ più largo.

10.35: Pensandoci bene, con un po’ di pratica potrei arrivare a indossare contemporaneamente tutti i vestiti che mi servono per stare via.

10.36: Alessandro già lo fa.

10.37: Su base quotidiana, intendo.

10.38: («Ah, vai a casa? Ti devo ridare la tua maglia?» «Tranquilla, tienila, tienila. Ne ho su altre due. »)

10.39: Due paia di pantaloni sovrapposti mi inibiscono l’articolazione del ginocchio.

10.40: Certo, potrei saltellare.

10.41: Devo pensarci su meglio.

10.42: Stivaletti, scarpe da ginnastica o manuale di Europeo? Cosa metto in valigia?

10.43: Mi serve la bilancia della pasta.

10.44: Metto il gatto sulla bilancia. Tre chili e tre.

10.45: Il gatto, intuendosi deperito, reclama a gran voce crocchini.

10.46: Torno a letto dieci minuti per riflettere.

10.47: Allora, le lenti a contatto. I soldi. Mutande.

10.48: Mascara.

10.49: Un pile.

10.50: Due pile.

10.51: I pantaloni di pile li fanno?

10.52: Potrei sovrapporli a quelli verdi.

10.53: Quella maglia che mi ha dato mio padre casomai mi capitasse di scalare l’Annapurna.

10.54: Guanti.

10.55: Cappello.

10.56: Paio il signor Ferrini.

10.57: Una tutina intera di seta blu scuro tipo Diabolik.

10.58: Pratica, casomai una avesse in programma di fare pipì, basta denudarsi completamente.

10.59: Sciarpa.

11.00: Medicinali a casaccio.

11.01: Per uso personale, o eventualmente per il baratto in loco.

11.02: Prendo due di tutto.

11.03: Vediamo se riesco a farmi un cartoccetto di sciroppo della tosse.

11.04: Mio nonno è preoccupato perché ha sentito che gli ospedali russi sono in uno stato d’emergenza a causa del freddo. Che c’era dieci giorni fa. In Russia, appunto.

11.05: «Mi raccomando, portati la tachipirina», mi ha preso da parte per dirmi.

11.06: La tachipirina non ce l’abbiamo, però ecco del vermifugo di quando Kurt Cobain stava ancora benone.

11.07: Calzini.

11.08: Calze di nylon.

11.09: Da mettermi addosso, non per intortare le ragazze.

11.10: A questo proposito, una biro.

11.11: Magliette.

11.13: Quante magliette? Quali?

11.13: Il gatto intuisce la propria perdita di centralità nei miei pensieri, si lancia contro la maglia dell’Annapurna che sto provando, mi graffia e reclama a gran voce crocchini.

11.14: Forse dovrei mettermi una canottiera. Il mio dna mitocondriale sta sussurrando canottiera da quando mi sono svegliata.

11.15: Ma le canottiere non sono compatibili con la maglia che mi ha dato mio padre, che va portata a pelle.

11.16: Inoltre in questa casa abbiamo solo canottiere di tulle elaborato genere bordello francese.

11.17: E NON VOGLIO SAPERE PERCHÉ.

11.18: Mi provo una canottiera di tulle elaborato sopra la maglia a maniche lunghe dell’Annapurna.

11.19: Rido da sola.

11.20: Rido da sola per cinque minuti.

11:21: Il gatto intuisce la degenerazione progressiva delle mie funzioni neurologiche e reclama a gran voce crocchini.

11:22: Mi tolgo la canottiera di tulle elaborato.

11.23: In tutto questo, ancora non abbiamo idea di chi ci porterà domattina all’aeroporto. O di quanti saremo. O se dormiremo a Varsavia. O cosa faremo nella notte.

11.24: O come arriveremo a Poznan.

11.25: Dice il Marco che i polacchi ci tengono molto ad aspettare il capodanno in piazza.

11.26: La stessa piazza dove fino a settimana scorsa era allestito il conto alla rovescia per la fine del mondo.

11.27: Il Marco dice anche che fa più caldo che qui.

11.28: Cosa ne deduciamo?

11.29: Lo so io, cosa ne deduciamo.

11.30: Contravvenendo a ogni mia convinzione in merito, vedrò di geolocalizzarmi ogni volta che sarà possibile.

11.31: Per facilitare le ricerche e il rimpatrio delle mie spoglie, intendo.

11.32: Già me li vedo.

11:33: Mia madre in lacrime, mio padre che si sincera che la maglia dell’Annapurna non sia stata asciugata appoggiandola al calorifero, mio fratello che si studia tutorial di nodi alla cravatta per fare bella figura con le autorità, il gatto che intuisce la gravità del momento e reclama a gran voce crocchini.

11:34: Epitaffio «Te l’avevo detto: la canottiera».

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