La parrucca di Stephanie

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Le persone che stanno online e millantano una malattia grave, o almeno quelle tra loro che sono sufficientemente alfabetizzate da porsi il problema, tendono a frequentare con assiduità i forum e i gruppi di sostegno dedicati alla patologia in questione.

Le ragioni per cui lo fanno sono sostanzialmente due, e valgono quale che sia la motivazione che spinge alla simulazione: carpire dettagli che aggiungano verosimiglianza alla propria storia, e avere davanti una platea particolarmente empatica e quindi più generosa, fosse anche solo dal punto di vista dell’attenzione.

(Attenzione, virtuale o meno, che persone che sono sul punto di perdere tutto potrebbero e dovrebbero impegnare in maniera più proficua, ma gli scrupoli di coscienza non sembrano essere la specialità dei millantatori di decesso imminente).

Questa è la storia di Stephanie Bourque, bugiarda non eccellente, e della vera malata di cancro su cui ha scelto di concentrare la propria abbondantissima produzione di falsità.

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Diane e Stephanie.

Diane e Stephanie hanno dieci anni di differenza; quando si incontrano, a una lezione di trucco per donne malate, Diane ha 33 anni e Stephanie 23. Diane sta affrontando la chemioterapia per le metastasi di un tumore al collo dell’utero, Stephanie sostiene di avere una leucemia.

L’unico possibile trattamento per Stephanie, che lascia intendere di avere un’aspettativa di vita non superiore all’anno, è un trapianto di midollo, con tutto quello che la procedura in questione comporta. Ecco Stephanie che festeggia con un dolcetto la buona riuscita dell’operazione.

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Da questo momento in poi, come sempre accade in questi casi (di storie inventate, non di trapianti di midollo), la vita di Stephanie (e di Diane e del suo fidanzato, che le si sono genuinamente affezionati) diventa un susseguirsi ben cadenzato di ricadute inspiegabili e guarigioni e drammi e riprese miracolose. In una maniera o nell’altra, e addirittura a scapito della vera odissea di Diane, l’attenzione di tutti è sempre concentrata su Stephanie (Shonda Rhimes, sullo sfondo, prende appunti per nuovi finali di stagione).

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Un giorno Diane e il suo fidanzato ricevono una telefonata. Quanto sicuri sono, chiede la psichiatra che ha in cura la ragazza, che Stephanie abbia davvero il cancro?

I due, ovviamente, sono basiti. Conoscono Stephanie da dieci mesi, hanno visto gli effetti delle cure sui capelli, sulla pelle, sul corpo della ragazza. Hanno visto le foto, hanno visto le reazioni di amici e parenti su Facebook. Hanno visto i lividi. Conoscono la madre della ragazza, che le ha sostanzialmente fatto da autista durante la chemioterapia e si è occupata di lei nel periodo successivo al trapianto. Sono molto sicuri.

Però.

Però, in effetti, Stephanie si è sempre fermamente opposta all’idea che qualcuno la andasse a trovare in ospedale, inclusa la madre, che non ha mai avuto modo di parlare con i medici. Certo, ci sono le foto, ma si tratta di autoscatti in cui non compare nulla o nessuno che dimostri che Stephanie si trova effettivamente in un reparto ospedaliero: non ci sono infermiere, non ci sono macchinari, non ci sono flebo, non c’è niente di tutto quello che dovrebbe esserci. Solo Stephanie, un camice, e un cuscino.

Anzi, due foto ci sono, e paradossalmente sono proprio queste a compromettere definitivamente la tenuta della trama di bugie che Stephanie sta tenendo in piedi da mesi. Si tratta delle immagini di un’infermiera in procinto di entrare nella sala operatoria, con la sacca di materiale che verrà usato per il trapianto di Stephanie, la mascherina chirurgica e, per qualche bizzarra ragione, una parrucca.

Si tratta, a posteriori ovviamente, di Stephanie (e una parrucca).

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La madre sapeva? No, e si rifiutava di immaginare. Gli amici, i parenti sapevano? No. Nessuno vuole credere che qualcuno possa inventare una cosa così terribile, nemmeno quando le bugie non sono convincenti, nemmeno quando una persona che dovrebbe perdere i capelli per via delle terapie si rade la testa tutte le mattine e sostiene che un trapianto di midollo sia un’operazione che si riceve in day-hospital.

Nessuno sapeva, Stephanie non ammette di aver mentito se non su “alcuni dettagli dei trattamenti”, nulla di quello che ha fatto è illegale sotto nessun profilo. Stephanie è libera di continuare a inventare storie (e lo sta facendo). Le persone che la incrociano sono libere di continuare a crederle (ma farebbero meglio a non farlo).

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Qui, il bellissimo resoconto della vicenda a opera del fidanzato di Diane (che mi ha molto gentilmente autorizzata a usare le fotografie).

Qui, nei commenti, la prima occasione in cui mi sono imbattuta nella storia di Stephanie.

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All pictures courtesy of Maciej Cegłowski.

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I Walked With A Zombie/1:

Georgiana Grey, più spesso semplicemente Grey, era l’autrice di un blog che possedeva tutte le caratteristiche necessarie per l’inserimento nella mia lista di feed: un argomento di mio interesse (make-up), uno sfondo chiaro e una frequenza di aggiornamento quotidiana o quasi.

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Stylist. Writer. Punk. Vegan.

Il blog in questione si chiamava Le Gothique, e nell’anno abbondante in cui ne sono stata una lettrice mi ha colpita per via di una serie di caratteristiche abbastanza curiose.

Innanzitutto, Grey sosteneva di essere (tra le molte molte altre cose — si tratta di quella che un tempo definivo Sindrome della principessa/astronauta, ma che oggi preferisco etichettare come Principio dell’allevatore di lama) una scrittrice e una giornalista. Solo che il suo spelling era pessimo, dove per “pessimo” intendo “crivellato di errori elementari e ripetuti costantemente, e insomma poverina la sua editor”.

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Due delle cose che mi facevano impazzire e che notavo costantemente erano “cheep” al posto di “cheap”:

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E “then” usato quando serviva “than”:

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Un’altra qualifica professionale su cui avevo, rispettosamente, i miei dubbi era quella di stylist, visto che tutti gli outfit che proponeva su base settimanale, quale che fosse la fonte di ispirazione dichiarata (un personaggio di un videogioco, la protagonista di un romanzo, un drago) si risolvevano nella combinazione jeans + top di qualche tipo + scarpe.

The Duchess, con Keira Knightley:

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Ah, e Grey era poi ovviamente anche una make-up artist (che però non postava che foto di labbra, mai il viso intero, mai nemmeno un occhio, privando noi lettrici del piacere di ammirare le sue doti when it comes to blending).

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Una cosa con cui avevamo una familiarità anche eccessiva, in compenso, erano i suoi molti e variopinti tatuaggi, delle cui foto ci sommergeva spesso e volentieri.

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Il suo avatar

L’idea che mi ero fatta, in breve, era che non tutto quello che Grey scriveva di sé fosse vero (inclusa probabilmente la parte in cui si autodefiniva “alta, bionda, snella, giovane e con una struttura ossea che non necessita di contouring”) (urca).

Non che la cosa influisse sul piacere di leggere le sue recensioni, naturalmente, anche se il mio coinvolgimento con il blog era limitato: chiunque abbia avuto a che fare con la dogana italiana sa che nessuna iniziativa che preveda la spedizione di cosmetici dall’esterno dell’Unione Europea è una buona idea, anche e soprattutto dal punto di vista economico.

Questa limitazione mi precludeva la partecipazione a diverse iniziative: le periodiche svendite di prodotti recensiti, lo scambio internazionale di make-up (una ventina di persone da varie parti del mondo hanno mandato a Grey cosmetici per un totale di almeno 45 dollari, più un contributo di 5 dollari per le spese, affinché lei provvedesse a ridistribuirli), e la famigerata Awesome Box (una raccolta mensile di sample di varie compagnie indie, forniti gratis in cambio della pubblicità che ne sarebbe derivata) (naturalmente, dal punto di vista delle iscritte, una raccolta a pagamento).

Poi, nel gennaio del 2012, Grey è sparita.

Le indagini delle lettrici e delle amiche virtuali, preoccupate un po’ per via di vaghi ma persistenti accenni a problemi di salute e un po’ perché buona parte di loro aveva pagato la prima Awesome Box e non aveva ricevuto nulla, hanno portato a due scoperte.

Innanzitutto, Georgiana Grey non era il vero nome della blogger, dettaglio poco plausibile su cui lei aveva però sempre insistito molto: il dominio risultava intestato a una tale Gina Silva, le cui foto coincidevano con i dettagli di Grey che risultavano dal blog.

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In seconda battuta, questa non era la prima volta che Gina spariva con i soldi: la prima volta però era andata fino in fondo, e aveva addirittura inscenato la propria morte.

(Prossima puntata: “non è mai Lupus”)

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Il blog di Grey, grazie alla Wayback Machine (gli screenshot sono presi da lì).

Girls Who Are Boys Who Are DYING/2

Un problema non secondario, quando si è su internet e si vuole fingere di essere qualcun altro, è trovare le immagini con cui farlo (o una maniera convincente per evitare di): a parte il fatto che, grazie a Facebook, l’accesso alle foto dei contatti online è una cosa che si dà quasi per scontata, è molto più facile attirare le simpatie dei lettori quando si ha una faccia da associare al racconto delle proprie disavventure. E, se anche si gioca la carta della timidezza/della bruttezza/delle torme di stalker, è quasi impossibile esimersi quando a chiedere un volto su cui struggersi è la fidanzata virtuale in persona.

Ora, le soluzioni sono diverse.

Carissa Hads, 24 anni, desiderosa di intrattenere una relazione sessuale con una quindicenne, faceva tutto da sé. Ecco Carissa nei poco plausibili panni di James Puryear, 17 anni, aspirante predicatore, padre single di due gemelli.

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(Ecco anche una foto della vostra umile scrivente, qui ritratta in una foto non recentissima mentre non cerca di trarre in inganno nessuna minorenne, ma è comunque più convincente)
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Carissa, che ha in due distinte occasioni fatto sesso con una quindicenne la cui madre era di vedute fin troppo aperte e la cui conoscenza degli organi sessuali maschili (hint: generalmente non sono di gomma) era leggeremente lacunosa, è stata smascherata dallo stesso gruppo di persone che hanno fatto luce sulla vicenda Dirr; meglio, è stata smascherata proprio perché si era impicciata nelle indagini su Emily, quasi sicuramente in un tentativo di mettere alla prova la propria storia ed correggere eventuali punti deboli.

Oggi, arrestata e accusata secondo la legge federale di molestie sessuali a una minore, Carissa rischia una condanna fino a trenta anni di carcere.

Janet “Janna” Hopper Myrtle St. James Priggie, forse la più nota tra le esponenti di questa particolare categoria, è stata la mente e la voce dietro a Jesse James Jubilee, paramedico, vigile del fuoco volontario, allevatore di lama e giornalista. Per soddisfare la sete di immagini che comprensibilmente animava la sua (sempre strettamente virtuale) sposa promessa, Janna usava le foto dell’ex-marito John negli anni ’70.

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(Anche il lama viene dagli anni ’70. E no, era prima che iniziasse tutta la cosa di Instagram, o non l’avrebbero mai beccata).

Cindy Choi, 28 anni, ristoratrice di Miami, ovviava all’assenza di ex-mariti scannerizzabili grazie all’involontario contributo di Noah Neiman, personal trainer newyorkese. Le foto dell’uomo, insieme a quelle di diversi suoi familiari, venivano prese dalla sua pagina di Facebook e usate per corroborare le vicende inverosimili e drammatiche di Kevin San Roman, ventenne malato di leucemia e aspirante oncologo, e della sua famiglia (dopo la “morte” di Kevin, il ruolo principale è stato affidato al fratellino Lucas, interpretato dal vero fratello di Noah, il quale ha anche preso su di sé il compito di consolare le numerose fidanzate virtuali dello scomparso).

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Occhio a cosa postate su internet, ragazzi fin troppo attraenti, occhio.

Preacher James Puryear, lo smascheramento.

Due ricostruzioni della vicenda.

Jesse James Jubilee: una biografia (a cura di un amico un po’ stronzo della vittima).

Il blog dedicato alla questione.

La storia dei fratelli San Roman.

Un articolo su Noah Neiman.

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Picture of Carissa Hads taken from http://warriorelihoax.com/

Pictures of John Myrtle and llama taken from http://pieceofcakey.blogspot.it/

Picture of Noah Neiman found, with some pleasure, on Google.

Girls Who Are Boys Who Are DYING/1

Una delle regole dell’internet – la sedicesima, per la precisione – è che su internet non ci sono donne. La regola non ha una validità letterale, ovviamente, come è agilmente dimostrato tanto dalla vostra umilissima scrivente quanto dall’esistenza stessa di Pinterest, ma contiene comunque un nocciolo di buon senso: ci sono buone probabilità che la bionda diciannovenne con la quinta di reggiseno e una passione bruciante per gli uomini sudaticci e quasi calvi che insiste a chiedervi l’amicizia su Facebook sia uno scherzo dei vostri cosiddetti amici.

(E ho brutte notizie anche sul fronte casalinghe vogliose nella vostra area)

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Si potrebbe, a questo punto, obiettare che è più che altro assai improbabile che sconosciuti attraenti di qualsiasi sesso sviluppino un interesse virtuale attivo nei nostri confronti, specie se la nostra massima espressione di personalità on-line è la pubblicazione automatica dei risultati di Ruzzle. Concludere, dunque, per amore di parità, che there are no boys on the internet.

Ecco tre storie le cui protagoniste sarebbero molto d’accordo.

Dana Dirr, ve la ricordate? Il neurochirurgo canadese. Dana ha un marito, JS, un po’ più giovane di lei (è nato il 31 di dicembre dell’82). Ecco, dalla viva voce di JS, un resoconto della maniera in cui si sono conosciuti e innamorati.

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Dana e JS sono sposati dal 2008 e hanno quattro figli; a questi vanno aggiunti i sette bambini che JS, all’epoca ventiseienne, aveva già avuto da una vasta serie di relazioni occasionali, e che Dana ha poi adottato come propri.

(Ok, JS ha molte qualità, ma teoria e pratica della contraccezione non sono il suo forte; va anche detto che le ragazze con cui si intrattiene sono così tante che la statistica semplicemente gli è avversa: la pagina Facebook che le raccoglie conta, a un certo punto, 46 membri)

Prima che arrivasse Dana, per JS le cose erano sempre andate, dal punto di vista sentimentale, piuttosto male.

La sua fidanzata del liceo, Mandi, quindici anni scarsi, l’ha abbandonato pochi giorni dopo la nascita del loro primo figlio (a cui, credo come spregio ulteriore, aveva appioppato il terribile nome di Jaymes Timmothey).

La fidanzata di suo fratello gemello Sam ha accoltellato a morte il succitato Sam (scambiandolo per JS) dopo aver scoperto che i fratelli si erano messi d’accordo perché JS andasse ogni tanto a letto con la fidanzata del fratello, che era gay, per tenerla buona.

La sua fidanzata successiva, Aly, dà alla luce due gemelli prematuri (nel frattempo, per non restare con le mani in mano, JS aveva adottato una bambina), decide che la situazione è troppo complicata e rifiuta la proposta di matrimonio che JS le fa, sparendo nel nulla.

Poi arriva Julia, una vecchia amica dei tempi in cui JS e compagnia si ubriacavano, drogavano e facevano sesso a casaccio. Julia ha due figli, e si scopre che uno dei due è figlio di JS. Inoltre Julia rimane di nuovo incinta, sempre di JS, e nasce Eli (il bambino con la miriade di cancri che diventerà poi il fulcro della vicenda Dirr). Julia è sposata, e, più in generale, stronza. JS porta via con sé Eli, il fratellino più grande, e per buona misura anche il bambino con cui non c’entra nulla.

A questo punto arriva Dana, insieme a un nuovo set di gemelli, e JS mette finalmente la testa a posto.

O almeno, mette la testa a posto pubblicamente*.

JS, infatti, oltre ai vari exploit fisici, coltiva e continua a coltivare una serie di relazioni virtuali con donne di varie età (da una ragazza di quattordici anni a una donna di cinquantadue, con la quale si scambia anche foto, uhm, suggestive). Le fidanzate virtuali, nel corso degli anni, seguono con grande trasporto e partecipazione le vicende del ragazzo, il quale — non bastasse tutto il resto — da un certo punto in poi comincia anche ad avere in prima persona guai fisici di vario genere, tipo un attacco di cuore.

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E un incidente stradale (no, non quello in cui muore Dana, un altro)

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E poi, ovviamente, c’è la questione della morte di Dana.

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Quindi, ricapitolando, cosa c’è di peggio che avere un fidanzato virtuale, incostante, promiscuo, con undici figli a carico e una moglie appena morta e assurta senza mezze misure allo status di santa? Avere un fidanzato virtuale, incostante, promiscuo, etc. che è in realtà una ragazza di ventidue anni che si chiama Emily.

Emily Dirr, studentessa in Ohio, ha inventato e portato avanti l’intero universo dei Dirr canadesi (incorporandosi addirittura nel cast, nel ruolo della sorella minore di JS) per, reggetevi, undici anni, arrivando a gestire in contemporanea settantuno account di Facebook, e una matassa di invenzioni così intricata da essere ormai più o meno in grando di stare in piedi per conto proprio.

A quanto è dato sapere, tutto quello che tangibilmente ne ha ricavato è una manciata di autoscatti più o meno osé delle sue varie fidanzate (quelle che esistono nella vita reale).

A+ per l’impegno.

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* forse avevano un matrimonio aperto, forse avevano un senso dell’umorismo particolare, non saprei: io, fossi stata la fidanzata, mi sarei un po’ seccata. Oh, ma aspetta, non sono persone vere, è solo un buco nella sceneggiatura.

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Un riassunto eccellente della vicenda

Il blog che ha smascherato Emily Dirr

La gente di Reddit è curiosa

Inception

All pictures/screenshots courtesy of Taryn Wright of http://warriorelihoax.wordpress.com