Sono F4

2009 November 23
by julesdufresne

Arianna G. is now following you on Twitter!

Si dice “stalking”.

Oh, sarà una coincidenza, ma è una coincidenza del cazzo. Brr.

F4 = “basita” (cit. Boris)

Due cuori nella pallavvvvvòlo

2009 November 20
by julesdufresne

La titolare è una creaturina piena di fisime. Forse ricorderete il mio terrore per i muletti – no? Be’, fa niente, lo confesserò di nuovo: ho paura dei muletti. Una paura folle. Roba da farsi venire le crisi di nervi.

Comunque: la titolare è una creaturina piena di fisime; la maggior parte sono puramente casuali e immotivate, ma un paio sono vagamente rispondenti ad un criterio logico. Più o meno. A voler essere gentili. La peggiore di queste fisime motivate è la pallavvvvvòlo.

Quando avevo undici anni ero piccola, magra e appassionata di sollevamento corn-flakes. Gracile, in una parola, e pigra come la merda. Visto che facevo i Salesiani, nell’intervallo lungo del pomeriggio era obbligatorio “fare del movimento, stare allegri!” (concetti, come voi m’insegnate, assolutamente inconciliabili). La disciplina era vagamente militare, roba tipo ronde: noialtre imboscate si trovava quindi rifugio nei cessi. I cessi pullulavano di bimbeminkia e aspiranti fattone e troiucce in erba. Io ero quella con i capelli tristi che ascoltava i Ramones nell’angolo, non fumava, non faceva le scritte sulle porte e non era bellina abbastanza per troiucciare. Una vita di merda, diciamolo.

Appena prima della pausa natalizia, però, ci fu una retata. [Minchia, dovrei scrivere i polizieschi! - NdJ] Ci fu una retata (nei cessi), presero i nomi e dissero che avrebbero parlato con i nostri genitori, se non avessimo iniziato a “fare movimento, divertirci!” durante l’intervallo lungo. Le aspiranti fattone fecero spallucce, e i loro genitori vennero informati. Ai genitori delle troiucce non interessava, o le loro figlie non sarebbero venute a scuola vestite in quella maniera. Le bimbeminkia non capirono, e nel dubbio ridacchiavano. Io venni iscritta forzosamente agli allenamenti di pallavvvvvòlo.

Incubo. Giocare all’aperto, a gennaio, con vestiti ingombrati, contro gente che sapeva giocare davvero. Iniziai a preferire le ore di geografia agli intervalli. Finsi infortuni vari, non venni creduta. Iniziai ad indossare tonnellate di braccialetti, che odio, nell’ingenua speranza di farmi male durante l’esecuzione di uno dei miei pessimi bagher, ma ottenni solo una piccola serie di modesti lividini sulle braccia. Considerai brevemente l’arruolamento nella Legione Straniera, o quantomeno l’iniziare a fumare. Non ebbi successo.

La cosa peggiore erano le sedicenti “allenatrici”: due invasate di terza media, cresciute a pane e Mila&Shiro, pervase da una nemmeno troppo nascosta foga omicida nei nostri confronti, oltre che vittime di un discreto delirio di onnipotenza. Quando vedo i film sulla caduta di Hitler rievoco, involontariamente, l’immagine della Psicotica#1 che si allena -gridando!- a fare le schiacciate su di me. Oltre che matte, erano inflessibili e piuttosto fiscali: tenevano un registro delle presenze/assenze, e avevano il potere di farsi delatrici di un nostro eventuale abbandono del “corso” – e io, con i miei precedenti, non potevo permettermi di rischiare!

(Lo so che sembra folle, spaventarsi tanto per una scemata del genere, ma cercate di mettervi nei miei panni: non ero un’undicenne sveglia. All’epoca tenevo veramente al giudizio di mia madre. E le tizie erano grosse e muscolose. E io ero pavida)

Resistetti cinque mesi. Cinque mesi abbondanti. A maggio le sfanculai (implicitamente: una delle due aveva certi bicipiti paurosi, non avrei osato affrontarla), e tornai a nascondermi nei cessi. Il parere di mia madre sui miei rapporti con l’autorità aveva smesso di interessarmi, dopo tutti quei tranquilli pomeriggi di paura (avrei poi scoperto che interessava ben poco anche a lei, fin quando si trattava di quel genere di autorità). Cominciai anche a truccarmi (male). L’estate dopo avevo i capelli viola, e iniziavo vaghissimamente a troiucciare: a settembre mi lasciarono in pace. All in all, mi sentirei di affermare che la quantità forse eccessiva di ragazzi con cui sono stata durante la mia adolescenza sia da imputare al bruciante desiderio preadolescenziale di sfuggire agli allenamenti coatti di pallavvvvvòlo. Ringraziamo il cielo che non sia diventata una bimbaminkia – forse però avrei dovuto iniziare a fumare, sarebbe stato più semplice che cercare di troiucciare senza possedere un vero paio di tette. Le sigarette si comprano, i ragazzini vanno convinti. Putroppo.

Questa, dunque, è stata la mia esperienza di pallavolista, se vogliamo escludere un’ignominiosa esperienza di beach volley (credetemi: vogliamo escluderla); ora capite la mia avversione? Sono stata traumatizzata. Non è colpa mia.

Ecco, tutto questo per annunciare che ieri sera la squadra di pallavvvvvòlo dove gioca il mio maschietto ha vinto (3-1) il Derby della Statale, e non era mai capitato prima, visto che la sua è la seconda squadra. Lui è stato bravissimo (mi dicono: io non ci capisco un cazzo, e no, non voglio imparareaaaargh) e io sono molto, molto, molto orgogliosa di lui, che per inciso è un noto figaccione (pallavoliste, consideratevi avvertite: il ragazzo è mio, e se me lo sfiorate vi strappo i capelli). Vedete? L’amore mi ha cambiata. Riesco a scrivere pallavvvvvòlo senza tremare (troppo)! Sono risultati.

EPILOGO

La psicotica#2 ha avuto quel che si meritava anni dopo, agli esami di inglese: lei -capra- mi ha chiesto tutta una serie di suggerimenti, e io glieli ho dati. Sbagliati.  È stato bellissimo. (Poi l’esame non l’ha passato) (sono contenta che subito dopo si sia diplomata: è un miracolo che non mi sia venuta a cercare, brrr)

La psicotica#1 l’ho rivista l’altro giorno, alla fermata della metro. Sarete lieti di sapere che ho vinto la tentazione di spingerla sui binari. See mom? No hands! Ah ha ha ha.

[Arrivano gli uomini in bianco con i retini per le farfalle, iniettano il sedativo e trascinano la titolare sghignazzante dietro le quinte. Sipario]

As Pink As The Sheets That We Lay On

2009 November 17
by julesdufresne

Un post brutto, sconclusionato. Parla di letti. Consiste in un aneddoto buffo, una noterella inopinatamente romantica, un ricordo d’infanzia. Raccontati molto male, però, perché ho sonno e non mi va di rileggere. Mi scusate? Vedrò di fare di meglio.

 

Aneddoto buffo.

Non so cos’abbiano i letti dei genitori per accendere tanto le fantasie dei maschietti, ma praticamente tutte le volte che io e uno dei miei ragazzi ci siamo trovati nei pressi di un giaciglio parentale, il ragazzo di turno ed io siamo finiti a rotolarci entusiasticamente sui materassi in questione. Si trattava dei letti dei loro genitori, ça va sans dire, io sul letto dei miei non mi ci siedo nemmeno. Mantengo una sorta di grazioso alone di sacralità. Più che altro, mia madre mi uccide, se le stropiccio il copriletto. Ha un po’ una fissa per i copriletti, mia madre. Per i copriletti e per i vetri delle finestre. E non sa usare Media Player. Ma per il resto è una tipa a posto, davvero.

Dicevo: i ragazzi (che ho frequentato io) adorano scopare sui letti dei genitori. T. non fa eccezione. L’ultima volta che siamo stati un po’ da soli a casa sua, dopo una serie di appassionati abbrancamenti nel corridoio, sono stata energicamente dirottata verso la stanza, e ivi spogliata e fatta parecchio divertire. Stacco. Buio.

Due ore dopo, io e T. siamo raggomitolati sul letto (suo, stavolta) e guardiamo vecchie puntate di Boris. Torna a casa sua madre, saluta, mi offre deliziosi spuntini, si aggira garrula per l’appartamento. Io sono tranquilla e contenta, finché, improvvisamente, realizzo di non indossare il reggiseno. Realizzo anche che, contrariamente alla norma, il reggiseno risultava indossato, quella mattina. Un flashback orribile mi riporta alla mente l’immagine nitidissima di me che lancio a terra il reggiseno in questione. Di me che lancio a terra il reggiseno in questione in camera dei genitori di T. Muoio all’istante. Risorgo nella sceneggiatura di una spin-off di Ti presento i miei. Mi alzo, in un confuso tentativo di darmi alla macchia prima di essere scoperta, e metto il piede direttamente sul malvagio ferretto del reggiseno, facendomi un male boia. Il bello è che mi tocca persino gioirne.

Noterella inopinatamente romantica.

Il mio letto è un matrimoniale. Ci dormo da dieci mesi, e per i primi otto ho studiatamente e felicemente provveduto ad assumere ogni notte una goduriosa configurazione a stella marina, perfettamente centrata rispetto alla linea mediana del letto.

Poi, due mesi fa, T. è rimasto per la prima volta a dormire da me. Per ragioni puramente opportunistiche (la tele si vede molto meglio, qui) scelsi di dormire sul lato sinistro del letto: da quel momento in poi, il lato destro s’è trasformato nel Lato di T., al punto che oramai dormo a sinistra anche quando sono sola. Stupido, lo so, lo so. Patetico!

Ieri sera sentivo terribilmente la sua mancanza. Talmente tanto che, ad un certo punto, nel dormiveglia, senza rendermene davvero conto, sono finita sul suo lato, abbracciata stretta stretta al cuscino. Duole ammetterlo, ma mi sono veramente sentita più vicina a lui. Ah, prima che me lo diciate voi: sì, mi sto rincoglionendo. No, non ero mai stata così, in passato. Sì, quando stavo per conto mio ero una persona piuttosto divertente.

 

Ricordo d’infanzia.

La memoria più angosciante che ho dei miei primi anni di vita riguarda le mie avventurose esplorazioni del fondo del mio letto, e, più precisamente, quella volta che il cuscino era ricaduto sul lembo superiore delle coperte, bloccandomi e gettandomi nel panico più totale. Incidentalmente, questa è anche la ragione principale per cui mio padre è il mio più grande eroe: mi ha salvata, quella volta.

My Best Friend’s Girl

2009 November 12
by julesdufresne

(live from Università Cattolica del Sacro Cuore, che ci ho l’ora buca!) (ora provvedo immediatamente a scrivere qualcosa di blasfemissimo, oh ja)

F. ha tentato di lasciarla, la minacciosissima, ma ella è solita prodursi in crisi di pianto isterico che scoraggiano completamente il povero pistola codardo ameboide ragazzo. Questo secondo il resoconto di lui. Secondo me, ha minacciato di picchiarlo. Gli uomini possono rivolgersi al Telefono Rosa? Povero F. Ha l’aria emaciata.

Le nostre illazioni sui tentativi di ingravidamento nascono dal fatto che, dopo due anni di sesso preservativato, in un periodo di crisi nera, la tizia abbia deciso improvvisamente di passare alla pillola. Per le farmacie, questo ed altro. Il piano B sono gli aghi per fare i buchini ai Durex, credo. Obietta mia madre (quando F. viene a casa mia ci piazziamo sempre in cucina, lui e mia mamma si stanno parecchio simpatici): ma se non la ama più, perché continua ad andarci a letto?

Mistero. Anzi, tette.

Per quanto riguarda il termine “muletto”: è una mia fisima. Da piccola ero terrorizzata dai muletti. Ok, levate il “da piccola”. Sono ancora terrorizzata. Ma io qui vi sto dando troppe armi…

 

Ps. Un Illustre Figuro si lamenta che io non abbia mai parlato di lui, nelle mie allegre rievocazioni estive. Illustre Figuro, mi spiace: rimedierò.

 

Un bacio blasfemo a tutti, e/o una stretta di mano a chi temesse l’influenza.

 

 


 

I’m So Happy We’re Just Friends

2009 November 12
by julesdufresne

(Premessa – rispondo ad Ale che ipotizzava un mio impegno particolare per il compimento della Trilogia di T.) (allora, per dirla tutta io non sono precisamente il tipo di persona che si impegna, quando si tratta di scrivere) (oh, be’, non lo sono in generale, siamo oneste) (diciamo che ho la fortuna di possedere una prosa piuttosto fluente: una volta che attacco, non mi fermo fino a quando non ho finito,  e rarissimamente mi capita di dover correggere) (se vi interessa, in italiano avevo 10, al liceo) (in algebra, 5) (eh, pazienza) (morale: scrivere un post mi prende circa un quarto d’ora, senza contare le mezz’orette in metro che mi servono a buttare giù a mente il tutto) (ok: fine della premessa – ciao Ale! Un bacione)

La parola che più mi terrorizza al mondo, dopo “muletto”, è Roberta. Roberta è la temibile fidanzata storica del mio amico F., e ha la spiacevole prerogativa di riunire in un unico -tonicissimo, muscoloso!- corpo il desiderio omicida nei miei confronti e la profonda conoscenza di non so bene quale arte marziale (è stata campionessa regionale). Roberta non mi saluta, quando mi incrocia: si guarda in giro cercando di valutare quanti e quali testimoni avrebbe una mia eventuale eliminazione. Roberta ha proibito che il suo moroso, che per me è peggio di un fratello (incontro tipo: vado a casa sua, mi piazzo sul divano, guardiamo i Griffin) esca a pranzo con me quando siamo a Milano, quindi tocca trovarci il sabato mattina di straforo – maledetta lei, le ore di sonno che mi ruba. Roberta ha le manie di persecuzione, e un odio tutto speciale nei miei (poveri!) confronti. Roberta, secondo l’umile parere mio, di mia madre, della madre di F., del moroso della madre di F., degli amici di F., dell’uomo della strada, sta cercando di farsi mettere incinta per evitare che F. la lasci. Roberta punta alla farmacia del padre di F. e a quella della nonna – famiglia di farmacisti, sì. Roberta non sorride mai, mai. Roberta è matta come un cavallo, seriamente.

La madre di F. mi vorrebbe come nuora. Ci manca solo che prepari una vasca da bagno cosparsa di petali di rosa e un mangianastri con il meglio di Joe Cocker, la prossima volta che vado a trovare suo figlio. Credo la rassicuri il fatto che io non abbia alcuna mira alla farmacie di famiglia – o forse le piace l’idea che io sorrida, di tanto in tanto. Delle due l’una.

(Domattina, se riesco, scrivo l’altra metà del post. Adesso ho una telefonata da fare! Buonanotte)

Go Down

2009 November 10
by julesdufresne

Ho appena finito di fare una cosa da film-che-piacciono-a-mia-madre-e-a-me-fan-cagare: sono stata un tre quarti d’ora abbondanti seduta nella doccia, con l’acqua calda che mi scorreva sulla schiena, abbracciata alle ginocchia, fissando il vuoto e pensando ai fatti miei. Sorprendentemente, non m’è venuto in mente nulla degno di essere scritto da qualche parte.

Ci si vede tra un paio di giorni, ok?

Lo sai che t’amo, io ti amo veramente//Se guardo te, io sono bugiarda! -3

2009 November 8

(Disclaimer: post con un tasso di zuccherinità allucinante. Astenersi diabetici. Io v’ho avvertito, eh)

La titolare è rancorosa. Ma tanto rancorosa. Tanto tanto. Dovessi compilare un curriculum*, le uniche qualifiche degne di nota sarebbero “inglese ottimo”, “spagnolo scolastico” e “illimitata sete di vendetta”. Sto ancora aspettando il giorno in cui mi imbatterò nella ex di T. nei cessi dell’università, così potrò sopraffarla, infilarle la testa in una turca e fargliela pagare per quei suoi cazzo di commentini insinuanti che gli lascia su facebook.

(Scusate, avevo fatto una pausa per calmarmi. Quando penso “Arianna” mi viene la faccia di una che ha appena corso la maratona. A piedi nudi. Sui ceci. Con lo schittone. Fronte imperlata. Respiro affannoso. 6000 di pulsazioni, o giù di lì. Gee, la odio)

Dicevo, la titolare è rancorosa. Lo sono sempre stata. Quando avevo quattordici anni, oltre ad essere rancorosa, ero piuttosto bruttina (adesso sono una strafica di proporzioni cosmiche, invece. Come no). C’era questa ragazzina bergamasca, nella mia compagnia del mare, che aveva un paio d’anni più di me, le tette e un atteggiamento assurdamente condiscendente nei miei confronti. Le tette le permisero di pomiciare con il ragazzetto di Cattolica che piaceva a me, l’atteggiamento assurdamente condiscendente rese particolarmente fastidioso il suo cercare di non farmelo pesare, davvero. Neanche a dirlo, me la legai al dito.

Cinque anni dopo, estate ‘09: tette e atteggiamento assurdamente condiscendente sono ancora al loro posto, nonostante la ragazza vada per i ventuno e ne dimostri 35 (a voler essere gentili). Il posto del ragazzetto di Cattolica è stato preso da tale F., bagnino diciassettenne e decisamente aitante, nonché puttaniere di fama provinciale. La Bergamasca, che ci è uscita l’estate prima, passa il pomeriggio a magnificare quanto rapidamente F. si sia adoperato per cancellare i propri altrimenti insormontabili impegni, una volta appreso della sua calata in terra romagnola. Noialtri si sbuffa, annoiati. La Bergamasca prosegue imperterrita nell’elogio della palese, limpida unicità del proprio organo genitale. Noialtri si comincia a sanguinare dalle palpebre, così, come diversivo. La Bergamasca si pavoneggia a caso, trovando comunque la maniera di infilare luuuunghe tirate di stampo moralistico (“come la danno via facile, queste ragazze di oggi, signoramia“).  Noialtri si fingono crisi epilettiche. La Bergamasca annuncia la propria ritirata strategica in albergo, al fine di una corretta applicazione del maquillage. Noialtri si annuisce, entusiasti.

La sera esco di casa scazzatissima, capelli bagnati, infradito e predisole. Lungo la strada incontro F., che insiste per offrirmi qualcosa da bere. La mia resistenza alla tequila è quasi nulla: dopo dieci minuti siamo immersi nei fumi dell’alcool, ghignando come gli scemi. Gli chiedo come mai uno come lui (il ragazzo è veramente, veramente attraente) perda tempo con una tizia del genere. Lui spiega che darle il contentino una volta all’anno è più facile che non cambiare numero di telefono per sottrarsi al suo pressing messaggistico. Aggiunge, malvagio, che il “contentino” è, rigorosamente, del tipo “porta sul retro” (la ragazza è una cattolica vecchio stampo, nel senso che intende arrivare vergine al matrimonio. Be’, con un imene). Io sogghigno. Ci guardiamo negli occhi. Capiamo di aver avuto la stessa idea. Brindiamo ancora una volta. Usciamo barcollando (più io che lui).

Raggiungiamo il resto della compagnia in spiaggia. La Bergamasca gli corre incontro, indignata dal ritardo. Lui la ignora platealmente. Prendiamo un lettino, e cominciamo una pomiciata di altissimo valore coreografico. La Bergamasca inizia a schiumare. Io sogghigno talmente tanto che mi riesce difficile mantenere la concentrazione. L’ho detto, no, che sono vendicativa?

Tornata a casa, ancora un po’ alticcia, racconto tutto a T. Lui la prende male, malissimo. Torna a fare del sarcasmo sulla mia incapacità di restare troppo a lungo senza farmi ficcare la lingua in bocca da qualcuno. Io ci resto da schifo, e mi sento in dovere di ricordargli che non è nella posizione di criticare proprio nulla, della mia condotta, vista la sua condizione di fedifrago. Lui ribatte qualcosa di cattivo. Io qualcosa di fintamente sprezzante. Lui insiste. Io sono lì lì per sfancularlo. Lui dice che non può lasciarmi perdere, perché mi ama.

Io, come nei peggiori romanzi Harmony, mi sciolgo. Decenni di femminismo buttati via in un istante. Lo amo anch’io, da un bel po’ di tempo, e non credo di avere mai provato una sensazione più stupenda di questa liberazione dal macigno di incertezze che mi ha oppressa per settimane. Torno a respirare liberamente. Sdolcinatissimo, banale e stomachevole, lo so, ma lo amo, lo amo tantissimo. Lo amo, e lui ama me. Rossella O’Hara? Una dilettante. Caterina Caselli aveva capito tutto: l’amore c’è/dentro di me/amo te/sono bugiarda, bugiarda, lo so!

EPILOGO

Il 4 agosto T. s’è sobbarcato un discreto viaggio in treno con notte all’addiaccio, per passare una giornata con me. Dopo pranzo deliravo per la febbre, così il ragazzo ha ritenuto che fosse meglio accompagnarmi a casa e passare il resto della giornata a leggere su di una panchina. Ho fatto comunque in tempo ad attaccargli l’influenza suina. Noi le creiamo, le mode!

Il 16 agosto la sua tizia è tornata dalle ferie, e lui ha provveduto a lasciarla. Mezz’ora dopo ci siamo, ah ha, messi assieme (scuole medie rule). Il 17 mi sono tagliata i capelli, per la disperazione di tutti i maschi circostanti, incluso mio fratello piccolo. Il 25 sono tornata dal mare. Ever since that night, we’ve been together.

*farlo senza mentire, intendo. A inventare sono bravissima.

Sucide Girl/Houston, we have tits/Voilà la bimbaminkia

2009 November 8
by julesdufresne

red

 

La Titolare.

(Tutta intenta a cercare di elevare a 13/50 il proprio blog ranking senza mostrare una quantità eccessiva di pelle nuda. La manopola della tapparella è il vero punto focale dell’immagine, comunque)

Ehm, sì

2009 November 7
by julesdufresne

Qualcuno di voi si intende di CSS, per caso?

Comunicazione di servizio

2009 November 6
by julesdufresne

Eccoli qua: si chiamano PARAORECCHIE.

(credeteci o no, una delle chiavi di ricerca più usate per arrivare da queste parti è “come si chiamano gli scaldaorecchie a cerchietto”)

A più tardi.