I Don’t Claim To Be An A-Student

2010 February 10
by julesdufresne

Ciao! La titolare è tornata, dopo aver dato un esame pessimopessimopessimo pessimo oltre ogni umana concenzione di “pessimo”. Quindi evitate di chiedermi “ehi, come è andata economia, alla fine?”, se mai mi trovaste in giro, perché potrei farvi seriamente del male (il libro, che ho imparato praticamente a memoria ma mi è stato sostanzialmente inutile, presenta un simpatico assortimento di spigoli molto vivi, che potrei usare in tante diverse maniere divertenti per giocare un po’ con le parti tenere dei vostri corpicciuoli, cari piccoli lettori).

(Sì, è andata malino)

Comunque, lo so che vorreste che finissi di raccontarvi delle mie avventure sciistiche. Odiate il senso di incompiutezza, vero, voialtri? Lo so. Dio, che gente noiosa che siete. Uscite, ogni tanto! Provate qualcosa di nuovo! Non siate così sequenziali! Cosa ne dite di un post sul mio guru? Volete il post sulla neve? Pazienza, oramai siete già a metà del post sul guru – finitelo, va’, che fate prima.

Il guru è un mio compagno di corso, che chiameremo Carlo (principalmente perché è così che si chiama). Carlo non è preparato, Carlo emana un alone di tranquilla conoscenza. Prima di un esame io e la mia amica abbiamo provato a strofinarci contro le maniche della sua camicia, ma purtroppo il grado di vischiosità della tranquilla conoscenza è estremamente basso, quasi trascurabile, quindi ciccia, non siamo state contagiate.

Carlo è la comparsa di un film di Nanni Moretti. Un vecchio film di Nanni Moretti, e basta questo a mettermi di buon umore. Carlo ha i baffi, nonostante siano illegali sotto i trentacinque anni (a meno che non si sia brigadiere) – credo abbia una dispensa apposita. Carlo ha certi maglioni assurdi, a righe color vomito e verde muffa, di lana grossa e con le maniche simpaticamente diseguali, e porta una sciarpa perenne da sovversivo sinistrorso stereotipato – credo ne abbia anche una di mussola leggera, per l’estate. A lezione Carlo se ne sta seduto in seconda fila e assorbe direttamente le parole dei professori, e ha la capacità di farmi sentire scema come un lemure ogni volta che apre bocca su più o meno qualsiasi argomento. È anche simpatico e molto gentile, maledetto lui. Una persona gradevolissima.

Ecco, tutto questo per dirvi che l’han segato all’esame di inglese, e adesso gli darò ripetizioni a riguardo. La vendetta del lemure, nientemeno – squeek.

June In January

2010 February 6
by julesdufresne

(Una collezione dei miei bizzarri status facebookiani del gennaio passato, da cui emerge chiara e forte la mia tendenza all’oscura macchinazione. Abbiate pietà di me, sto studiando economia, non ce la farò mai, non ho tempo per scrivere. Scusate)

Jules è la dominatrice indiscussa del Monopoli familiare.
ha il cervello felpato (tornare a scuola? e perché mai?)
ha un fratello megalomane che cerca di smettere di mangiarsi le unghie e da quanto la sta mettendo giù dura tra un po’ chiede il metadone.
pensa a tutto quello che deve ancora fare, e medita di simulare la propria tragica dipartita.
domani NON VA A SCUOLA causa neve (ma che figata)
uscirà a ghiacciare personalmente questa stupida pioggia.
nota che, perlomeno, ha smesso di piovere.
vuole STARE A CASA DOMANI.
A CASA ANCHE DOMANI!!
spera in una nevicata notturna – e via che si azzera il monte ore settimanale di matematica.
pensava di organizzare un bed-in, per domani.
fa presente che STA NEVICANDO.
si rassegna alla riapertura delle scuole (ma spera ancora in qualche defaillance del servizio di trasporto)
walks warily down the street with her brim pulled way down low.
ha capito che “nella neve, con le scarpe di tela, non era una grande idea”.
rivolge il phon contro se stessa, alla vana ricerca di un po’ di calore.
ha un giovane fratello con l’hobby della cospirazione.
ordisce, comodamente stesa sul letto, complicate macchinazioni.
si alza e va a macchinare in cucina mentre fa merenda.
smania per il venerdì prossimo venturo (now 100% ore di biologia free!)
dopo ore e ore di macchinazioni è giunta ad una conclusione: SKIRT IS THE ANSWER.
congiura cospirazioni che creeranno congiunture caotiche, crisi cretine, casini copiosi.
has got this friend you see, who makes her feel, and she wanted more than she could steal, she’ll arrest herself, she’ll wear a shield.
il 5 trasloca. la deprimenza della cosa, prima solo in potenza, viene posta in essere.
mette a posto la stanza, o la figura materna la affetta alla julienne.
e le sue calze di spessa spugna grigina si infilano a letto, stanche morte.
si sente molto Madre Teresa (occasionalmente dotata di autoreggenti), e odia l’idea di rendere più complicata la vita di qualcuno.
ha trascorso il pomeriggio a provare materassi, attività molto meno amena di quanto si sarebbe portati a credere.
fingerà di essere una persona sensata in un paio di jeans.
ha un’esistenza che ricorda il grafico (molto maldisegnato) di un coseno: implacabilmente periodica.
ruba tempo ai preparativi e se ne va a scuola struccata e spettinata, ma dopo essersi tolta un peso dal cuore.
arriva seconda nella gara per la più sfigata dell’anno – arrivare prima è un lusso che non le viene quasi mai concesso.
ha troppe cazzo di omonime. Giulia ha bisogno di uno pseudonimo, sì.
states: cazzeggiare becomes jules extraordinary well.
vuole una spremuta, un’aspirina, un po’ di affetto.
ha ottenuto l’aspirina, l’affetto (virtuale) e del gelato. per la spremuta niente da fare.
è in balìa di due pazzi criminali che, per caso, portano il suo stesso cognome e le somigliano un po’ – AIUTO.
si è, non sa bene come, disarticolata una spalla nel tentativo di uscire dalla felpa.
si scusa un istante, fa un salto di là, sgozza brutalmente i vicini, e torna, sorridendo imperturbabile.
non spreca un graspo (whatever it is)
si domanda se ci sia un solo lato positivo nell’intera storia del traslocare.
prepara scatoloni rockettari, cosa che fa sentire triste e, insieme, particolarmente dotata di stile.
inscatola le sue povere cose.
è SPAVENTATA dalla quantità di dischi che deve ancora mettere via.
vi fa presente che il momento per dimostrarle la vostra amicizia è QUESTO.
can’t love you anymore than THIS.
non trova più il termometro. Jules inizia a temere di averlo incidentalmente inscatolato. Jules è sull’orlo della crisi di nervi.
è due volte più pallida del solito.
is so hot for him, and he’s sssso cold – Jules trama, trama alquanto.
è il vostro tipo di donna (ammesso che vi esaltino le psicomani)
s’accascia, in una stanza vuota, tra le pareti spoglie, su un letto disfatto, in direzione di una tv spenta.
va ad incarinirsi.
ha dei cosi gialli in testa, fondamentali per la resa del look à la “Giug, ma ti *sei* pettinata stamattina??”
oggi ticchetterà fino al casinò, tacchi alti e gonna attillata, e si perderà una discreta occasione altrove.
rimpatria dalla trasferta giochereccia – rien ne va plus!
garantisce: dodici ore sui tacchi si sentono, dopo.

How Blue Can You Get?

2010 February 3
by julesdufresne

Domani post finale e definitivo sulla questione “piccola infreddolita Jules sulle piste di Campiglio”.

Vado ad uccidere Benny Bernanke; ci si vede in giro.

(ps. vi faccio una confessione: ce l’ho anch’io, un pupazzo; anzi, ne ho due, e ho persino le unghie azzurre. Comunque non ho scritto un post grosso perché prima ero tristissima, piangiucchiavo guardando il pupazzino più piccolo e non so nemmeno perché. Adesso mi passa, però, tranquilli)

(Sono bruchi, nel caso ve lo steste chiedendo, e mi piacciono tanto anche se sono bruttissimi. E no, non li tengo sul letto, di solito)

Hold The Line

2010 February 1
by julesdufresne

La titolare, sebbene un po’ provata dalla messa a ferro e fuoco del suo forum di riferimento, era partita stasera con tutte le intenzioni di scrivere un post vagamente divertente per farsi perdonare la latitanza.

Purtroppo per voi (lo so, lo so, siete disperati), qualcuno ha deciso di linkarle un sito di cruciverba/linotipie/crittografati, e al momento è troppo flashata con il riempimento delle caselline per riuscire anche solo a prendere in considerazione l’idea di buttaregiù due paragrafetti coerenti. Ci si legge.

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Definizione: “La prima vittima di un omicidio” [5 lettere]
Jules La Palice: “M O R T O

(Ok, ok, ok, era “Abele”) (come siete noiosi!)

I Saw Satan Laugh With Delight

2010 January 27
by julesdufresne

(se avete ancora un minimo di opinione positiva della titolare, vi pregherei di evitare la lettura dei paragrafi seguenti; se invece oramai mi avete sgamata per il mostro che sono, leggete pure e ghignate  felici assieme a me)

Ieri pomeriggio ero in metro, tornavo da Milano e tenevo a T. un piccolo, concitato sermone sulle caratteristiche che più odio nelle mie simili – vale a dire l’illetteralismo, l’uso dei prodotti cosmetici de l’Acquolina, il fatto di considerare il Disney Store un posto onorevole dove concludere transazioni economiche e  il mantenimento di una selva di peluches in camera da letto ben oltre il principio della propria vita sessuale.

(Magari mi avete pure vista, chissà; quando mi infervoro sembro Pino Scotto, solo con i capelli puliti. Mi viene anche una voce bassa, roca e perfida che dev’essere particolarmente irritante per chi è costretto a sorbirsi la mia tirata. Non a caso scelgo come obiettivi primari gente che mi ama per ragioni che esulano dal mio essere una compagnia piacevole – non saprei, tipo mia nonna, o quelli a cui nel tempo libero faccio i pompini con cui condivido una vasta gamma di elevatissimi interessi culturali e il profondo desiderio di inforcare i nostri orrendi occhiali da vista e starcene ognuno con il proprio portatile in grembo, scambiandoci link interessanti e sogghignando compiaciuti tra sbaciucchiamenti e toccatine occasionali)

Comunque, ero lì da un quarto d’ora che blateravo su quanto odioso sia l’olezzo di vaniglia e fragolina di bosco e zucchero filato del cazzo quando sei obbligata per una ragione o per l’altra a condividere la riserva di gas respirabili con il punto d’origine della scia olfattiva iperglicemica (sembro caricata a molla, quando pontifico su ’ste cose, Castro con i suoi discorsi di dieci ore è un misero dilettante), quando il mio povero, boccheggiante, affezionato moroso mi ha interrotta (impresa non facile) per confessare come la sua ex, A. (sì, quella simpatica) appartenga tuttora, nonostante il quarto di secolo d’età, alla ributtante congrega delle Peluchiste Anonime.

Ecco, nel momento in cui ho realizzato che le mie scelte dell’estate scorsa hanno finito per portare -oltre che alla mia personale, impareggiabile soddisfazione sentimentale- anche una (quantomeno discreta, auspicabilmente clamorosa) dose di sofferenza e umiliazione relazionale a una di quelle che dormono ancora con i fottuti peluches sul letto ho provato una tale immediata scarica di gioia maligna che mi stupisco di non aver preso fuoco in una piccola zaffata di vapori sulfurei. E vi prego di credermi quando vi dico che il fatto che io, nel caso specifico, trovi lei antipatica come una spina nel culo non ha influenzato minimamente la mia reazione.

Son soddisfazioni, cazzo.

Per colpa del tuo amor… !

2010 January 27
by julesdufresne

Il mio ragazzo trasforma in post (e due) stralci testuali delle cose che gli scrivo su Msn.

Ecco, giusto perché non vi venga in mente di lamentarvi del fatto che le mie storie a puntate procedano un po’ a caso: la mia arguzia se ne va tutta nel fare da stupidissima Sherazade al compagno dei miei allegri pomeriggi scopacchiatorî, in questi giorni. Tocca arrangiarsi!

(ps. ti amo, morto di fame, da impazzire)

On Those Days When It Felt Like Snow

2010 January 25
by julesdufresne

(segue da qui)

Vi ricordate di me e mio fratello, rudemente avviluppati in strati e strati di indumenti sulle cui etichette il produttore vantava orgoglioso la totale assenza di qualsiasi caratteristica tecnica del tessuto in questione?

Ecco, era a quel punto che veniva servita la colazione.

Ci sono un paio di cose che dovreste sapere riguardo ai miei gusti culinari: fosse per me, pasteggerei a cose salate ad ogni ora del giorno e della notte (cose salate e Coca Cola, per la precisione). Fosse per mia mamma, dovrei nutrirmi esclusivamente di latte caldo (bleah) e fette biscottate con il burro e la marmellata di lamponi (bleah a strati). Visto che avevo tre/dieci anni, purtroppo, prevaleva la visione materna.

Mentre io e mio fratello incrementavamo la massa dei nostri acerbi corpicini grazie al contributo esclusivo degli zuccheri raffinati, la madre e la sua fidata affettatrice procedevano alla preparazione dei panini per il pranzo. Questo a circa cinque centimetri dalla mia scodella. Panini imbottiti di speck, pancetta, mortadella o lingua salmistrata, vale a dire il poker d’assi dell’odoroso orrore proteico, per quanto mi riguarda. Il mio -già pessimo- rapporto con il latte non ne ha guadagnato affatto.

Finita la nutrizione, leggermente nauseati dalla malefica combinazione di dose eccessiva di latte e abitini strizzavita che riducevano la capienza degli stomacini al contenuto approssimativo di un tappo da colluttorio medio, io e l’infante fratellino trascorrevamo alcuni interminabili minuti attendendo alla cura maniacale dei dentini. Dei dentini da latte. Erano così bianchi, alla fine, che quando ho iniziato a perderli mia nonna ne ha fatto incastonare uno in un pendente – episodio che ha sancito anche l’inizio della mia avversione per le catenine, ma questa è un’altra, disgustosa, storia.

La macchina che guidavamo in montagna era una Golf mia coetanea, caratterizzata da un insopportabile odore di umido che non spariva nemmeno ad agosto. Mia madre, comunque, lungi dallo sprecare l’occasione perfetta per una predica, ha sempre sostenuto che la colpa fosse delle merende che io e il sibling ci trovavamo costretti a consumare a bordo durante le interminabili pendolazioni tra casa e montagna (avevamo una capacità tutta speciale di azzeccare l’orario perfetto per ritrovarci in coda, pare. Anche quando la coda in questione era provocata da una frana o qualcosa di altrettanto semicasuale: noi c’eravamo, sempre). Verso la fine degli anni ‘90 la macchina perse l’uso del riscaldamento, pecca che i miei genitori scelsero di considerare di ordine minore, “tanto la usiamo comunque solo per andare a sciare, e quindi siamo coperti bene”.

Avvolti nelle tute e nei plaid, calzini pelosi ai piccoli piedi gelati, io e i familiari partivamo dunque alla volta delle candide piste innevate. Appuntamento alla prossima puntata.

You’re My Favourite Thing

2010 January 22
by julesdufresne

Se qualcuno di voi mi conosce anche in veste di commentatrice sulle Malvestite, allora saprà come -nel profondo della mia anima- io sia un’immensa, pedante, divertitissima rompicazzi: le confutazioni puntuali, gli elenchi, le citazioni impietose mi fanno brillare gli occhi come poche altre cose al mondo.

Ciò detto, certe volte lui riesce ad azzeccare la maniera perfetta per farmi ricordare le ragioni per cui lo amo.

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Nota per coloro che non vi si fossero ancora imbattuti:

io e un mucchio di altre malvestite abbiamo preso ad imperversare da queste parti, sghignazzando come cretine.

Ve l’avevo detto che ero brava a fare la cazzona… !

I Will Sing, I Will Dance, And My Laugh Shall Be Gay

2010 January 22
by julesdufresne

C’è un commento al mio post precendente che mi ha fatta un po’ pensare: Anna si chiede come faccia io ad avere una vita che sia “fantastica” in ogni settore.

Be’,  non ce l’ho. Sì, a rigore sono piuttosto (molto) fortunata; non c’è niente di veramente brutto e insormontabile con cui io debba avere a che fare, ma non è nemmeno vero che sia tutto rose e fiori e dialoghetti surreali con le tizie dai nomi bizzarri.

Potrei scrivere del fatto che, quando sono nervosa, mi gratto il palmo della mano sinistra fino a sanguinare, ed è una compulsione talmente forte che nemmeno il cortisone riesce a placare il prurito. Potrei scrivere del fatto che sono quasi sempre in giro con la mano bendata perché non mi va di suscitare la repulsione nella gente che incontro, e che quando la sera torno a casa e levo la garza mi faccio schifo da sola per non avere abbastanza forza di volontà da smettere di deturparmi in questa maniera.

Potrei scrivere del fatto che l’avere un uomo meraviglioso al mio fianco non cancelli del tutto gli anni di squallore che ho vissuto quando ero più giovane e molto meno sicura di cosa volessi o meno dalla vita e molto più portata a credere alle cose terribili che le persone mi dicevano. Potrei scrivere di come mio padre, un giorno, mi abbia abbracciata e mi abbia detto che meritavo infinitamente di meglio e sia scoppiato a piangere, e di come quella sia stata l’unica volta che ho visto mio padre versare una lacrima.

Potrei scrivere del fatto che a sei anni ero una bambina talmente sola da essermi inventata un gioco che coinvolgesse esclusivamente il tombino del cortile della scuola, la ghiaia e un albero. Potrei scrivere di come mia madre mi avesse incollato nel diario una fotografia di me, lei e mio fratello sorridenti al mare perché potessi guardarla quando mi sembrava che tutto andasse troppo male e che non ce l’avrei mai fatta.

Potrei parlare del fatto che ho appena impiegato tredici minuti esatti per scrivere la frase precedente, e di come io stia piangendo -adulta, amata, al termine di una giornata splendida- per il ricordo insostenibile dell’angoscia che avvolge quasi tutte le mie memorie di bambina. Potrei scrivere di come io sia dolorosamente consapevole del mio corpo, e di come riesca a trovarmi bene nella mia pelle solamente quando è qualcun altro a legittimarmi sotto il punto di vista dell’attrazione sessuale, e potrei scrivere di quanto io mi disprezzi per non essere ancora riuscita ad emanciparmi dalla ragazzina brutta e negletta che sono stata.

Ci sono un sacco di cose dolorose di cui potrei scrivere. Cose che hanno scavato solchi incolmabili . Cose che mi fanno provare una autocompassione, un tormento e un’invidia infiniti. Cose che preferirei restassero quiete nel buio.

Cose che mi renderebbero parecchio incline a continuare a scrivere post un po’ demenziali, se per voi fa lo stesso, nella speranza di riuscire a strapparvi qualche risatina di tanto in tanto. Sono tanto più brava a fare la cazzona… !

Spero di aver risposto, Anna. Un abbraccio.

The Difference Is In The Clothes She Wears

2010 January 20
by julesdufresne

La maggior parte delle mie idiosincrasie in fatto di vestiario deriva dalla maniera in cui mia madre conciava mio fratello e me quando andavamo a sciare da bambini.

Tanto per cominciare, indossavamo entrambi mutande di cotone bianco (pratico) con enorme elastico atomico strizzapancino. Visto che sia io che il fratellino eravamo e siamo magri al limite della malnutrizione, mi sfugge come riuscisse a procurarsi biancheria di diametro così ridotto – fatto sta che, nel mio ricordo, le gambine ci diventavano blu poche decine di minuti dopo la cerimonia di vestizione. Per aggiungere la beffa al danno, gli elastici erano decorati da motivetti orrendi di pupattole danzerine (i miei, almeno, quelli di mio fratello spero di no).

Dopo le mutande veniva il turno della calzamaglia di lana a vita altissima, che provvedeva ad ultimare l’opera di dislocazione delle picole milze, casomai l’elastico atomico avesse fallito. Mio fratello passava perlomeno dieci minuti a contorcersi in lacrime sul lettone dei miei, prima che la madre riuscisse finalmente ad immobilizzarlo ed insaccarlo.  Io, stoica e silenziosa, ottenevo almeno il permesso di infilarmi autonomamente nel lanuginoso strumento di tortura, nella vana speranza di riuscire in qualche modo a rendere “più comodo” il tutto.  Otto anni di inverni montagnosi mi hanno insegnato che non esistono maniere di rendere vivibili le calzamagliedilanaavitaaltissima – si può solo rassegnarsi, rilassarsi e sperare che sulle piste stia nevicando, così che la durata della tortura venga ridotta ai minimi termini. Ovviamente non nevica mai.

A questo punto mi si rende necessaria l’apertura di un breve excursus dal titolo: la Jules odia sconvolgere il naturale ordine di stratificazione dei capi d’abbigliamento.

La Jules odia sconvolgere il naturale ordine di stratificazione dei capi d’abbigliamento

1) mutande, reggiseno aut canottiera, calzini/gambaletti/calzettoni/parigine/autoreggenti

2) reggicalze, eventuale canottiera sovrapposte al reggiseno, calzamaglia

3) calze da reggicalze

4) maglia/camicia, se infilata nei pantaloni/gonna, abito

5) pantaloni, gonna, salopette

6) maglia/camicia “sciolta”, maglione, cardigan, felpa, gilet

7) giacca

8) scarpe

9) cappotto, giaccone

Qualsiasi allontanamento forzato da questa routine rischia di rovinarmi la giornata, o perlomeno la prima mezz’oretta post vestizione. Fine excursus.

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Detto questo, mi duole rivelarvi che mia madre mi consegnava la canottiera – tiepida di calorifero, dalla vestibilità abbondante e palesemente conservata in un apposito mastello di schegge di legno (circostanza che diveniva evidente nel corso della giornata) – solamente dopo avermi costretta ad indossare la calzamagliadilanaavitaaltissima. L’ordine naturale delle cose ne usciva con le ossa rotte, mio fratello pure (si stava rotolando sotto i letti e giù dai davanzali nel tentativo di sfuggire alla canottiera). Io mi rabbuiavo (ero una bambina molto cupa).

La mossa successiva era l’imposizione del dolcevita attillatissimo rosso sintetico risalente ai primi anni ‘70, terrificante capo d’abbigliamento riemerso indenne dalle brume del tempo per torturare una nuova generazione di piccoli sciatori. Quello di mio fratello, per amore di cronaca, era blu scuro, circostanza che andava ad inficiarne la resa scenografica ma non ne modificava le proprietà di base. Il Terzo Dolcevita (Mamma + Zia#1 + Zia#2 = ne manca uno), si trova, credo, dalle parti di Derry.

La caratteristica più odiosa del dolcevita in questione -oltre ad un curioso afrore di ascella terrorizzata a cui credo provvedessero direttamente in fabbrica- era il sinistro grado d’aderenza al corpicciuolo infantile, che sommandosi alla lasciva rilassatezza della canottiera sottostante dava origine ad una complicata geografia di pieghe e pieghine assurdamente fastidiose, che costringevano a passare la giornata tra gemiti e contorcimenti e sbuffi.

(il resto ve lo racconto la prossima volta; per ora congelate l’immagine di me in calzamaglia e dolcevita rosso attillatissimo, con mio fratello che tenta disperatamente di aggrapparsi al lampadario)